democrazia interrotta

Arundhati Roy ha una voce bellissima. Melodiosa e con un bel timbro cristallino. Il suo inglese limpido e le sue parole incisive e toccanti hanno fatto trattenere il fiato a tutto il teatro Comunale di Ferrara, strapieno per l’incontro conclusivo del Festival di Internazionale 2011.
In quell’occasione sono stati letti alcuni brani del suo reportage Walking with the comrades, il racconto delle sue tre settimane di marcia nella foresta di Dandakaranya con i guerriglieri maosti.
Questo reportage è a mio avviso il più bello dei tre saggi che compongono il suo ultimo libro, Broken Republic, edito da Penguin, e che in Italia è uscito per Guanda col titolo In marcia con i ribelli.

Durante l’incontro al Teatro Comunale di Ferrara, Arundhati Roy ha spiegato che scrive quando non può più tacere, quando i suoi sentimenti la obbligano a esprimersi. Broken Republic è la prova di questa affermazione. E’ un libro che ha una forte spinta emotiva, un po’ pamphlet, un po’ riflessione, un po’ reportage. Talvolta i concetti si ripetono e le argomentazioni sono un po’ disorganiche, ma comunque forti e documentate.

Scopo principale dei saggi è denunciare con veemenza la guerra che il governo indiano ha intrapreso contro i cosiddetti adivasi, gli “abitanti originari”. Ovvero i popoli tribali indiani, coloro che non discendono dalle tribù indoariane che diedero vita alla civiltà vedica e al sistema sociale delle caste tuttora presente in India.

Gli adivasi sono particolarmente numerosi in stati come Orissa, Chhattisgarh, Jharkhand e Andra Pradesh, territori ricchi di risorse minerarie – carbone, bauxite e minerali metallici – che il governo indiano e molte multinazionali vorrebbero sfruttare intensivamente.
Per disporre di queste risorse è necessario creare miniere, impianti industriali e dighe, e per farlo si attua brutalmente l’espulsione di quanti vivono sui terreni interessati da questa industrializzazione. Distruggendo villaggi e commettendo violenze contro gli abitanti che vengono privati di qualsiasi mezzo di sostentamento. Distruggendo anche la cultura di queste popolazioni, che venerano la Natura e che sono vissute per centinaia di anni in totale armonia con il proprio habitat.

Anziché studiare e preservare l’ecosostenibilità della vita degli adivasi, scrive Roy, li si aggredisce con un’industrializzazione intensiva che contribuirà ad accrescere il livello di inquinamento mondiale e a distruggere le risorse naturali dell’India e del pianeta.
Inoltre l’esproprio di terreni e l’allontanamento delle persone dai luoghi in cui hanno sempre vissuto crea un imponente fenomeno di profughi interni, che vanno ad aumentare il numero dei disperati nullatenenti che vivono per la strada nelle grandi città.

Non è del benessere dei propri cittadini che si occupa dunque la “Repubblica spezzata” d’India, ma del benessere del proprio apparato burocratico e degli interessi delle grandi multinazionali e della finanza mondiale.

La disparità di forze nella lotta tra lo Stato e l’esercito maoista, che difende i diritti degli adivasi e il loro territorio e combatte per la realizzazione di un diverso sistema economico e sociale,  tocca profondamente il cuore dell’autrice e del lettore. Si tratta di una vera e propria guerra, con morti da entrambe le parti, ma il reportage trasmette al lettore un profondo rispetto per un esercito che ha l’impronta ecologica più gandhiana che si possa immaginare, e che è in prevalenza composto da giovani che scelgono consapevolmente una vita di clandestinità, di rischi e di sacrifici, per resistere a un’enorme ingiustizia e per difendere quei valori che un governo democratico avrebbe il dovere di difendere, ma che sacrifica in nome dei profitti di pochi, in India come in Europa o negli Usa.

Un aneddoto ha pungolato la mia coscienza di occidentale, cresciuta nei folli anni ’80.
Un poliziotto incontrato in un villaggio spiega ad Arundhati Roy che secondo lui il modo migliore e più semplice per combattere il maoismo e gli adivasi sarebbe quello di portare nei villaggi la televisione. Instillando così in quelle persone semplici, ma ricche di una cultura ancestrale, il desiderio di comprare e consumare, che cambierebbe per sempre e radicalmente le loro coscienze.

A. Roy, Broken Republic, 224 p., ebook 12.99 euro

L’impegno e la militanza di Arundhati Roy non lasciano indifferenti. Segnalo questi due articoli su di lei di due quotidiani inglesi: The Independent e The Guardian

Qui si può leggere interamente in inglese Walking with the comrades.

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Midnight in Paris

Owen Wilson in una scena di Midnight in Paris

La prima volta che sono stata a Parigi sognavo che da un momento all’altro mi capitasse un’avventura simile a quella di Owen Wilson in “Midnight in Paris”. Ovviamente ero un’adolescente romantica, con una passione divorante per la letteratura e per il passato, che si sarebbe sentita davvero a suo agio in un negozio nostalgia formato città.
Per questo ho adorato l’ultimo film di Woody Allen, che mi ha riconciliato con le speranze all’epoca disattese dalla Ville Lumière.
“Midnight in Paris” gioca con il fervido clima culturale dei Ruggenti anni ’20, quando un quadro di Matisse costava solo 500 dollari, le hit del momento avevano la firma di Cole Porter e le nuove mode venivano lanciate da Coco Chanel.

Il protagonista Gil / Owen Wilson è il classico personaggio alleniano di un americano innamorato di Parigi e della cultura europea, così significativa per gli artisti americani della “Lost Generation”, e assolutamente a disagio e in conflitto con i personaggi che ritraggono gli americani “autentici”, diffidenti verso le stranezze e le romanticherie attribuite agli europei.
Purtroppo il doppiaggio italiano accentua fortemente l’identificazione di Wilson con Allen, con un banale effetto caricatura. Mentre trovo che il tratto migliore della recitazione di Wilson sia proprio lo stupore da bambino con cui Gil si ritrova a vivere nel mondo dei suoi sogni, piuttosto lontano dall’ironia disincantata tipica di Allen.
Visivamente il film è giocato sui due registri della Parigi diurna e notturna, entrambe illuminate da una luce morbida e calda con una forte dominante gialla, che sicuramente si accorda meglio con le magiche scene notturne, che io aspettavo con impazienza.
L’accuratezza dei costumi e del trucco è una piacevole sfida per lo spettatore.

Questo gioco raffinato e brillante non è però fine a se stesso. Con leggerezza e sense of humor Woody Allen ci ricorda che il nostro tempo deve essere il presente e che le fantasie (come il cinema) e le nostalgie per le epoche d’oro non possono prendere il sopravvento sulla nostra vita, anche quando quello che abbiamo non ci soddisfa.

Non potevo non parlare di un film in cui appare come personaggio il nume tutelare di questo blog, Gertrude Stein, citata nella foto della testata, che proprio al suo amico Ernest Hemingway disse: Remarks are not literature.

Le osservazioni non sono letteratura, e non lo sono nemmeno i post di un blog!

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Bahia, terra della felicità

Largo do Pelourinho

Bahia è l’odore dell’olio di dendé in cui si friggono gli acarajé e con cui si prepara la moqueca.
Bahia è un lungomare infinito bordato di palme e un oceano spumoso sfidato dai surfisti.
Bahia è il lastricato di ciottoli neri su cui si inciampa regolarmente se non si ha avuto l’accortezza di offrire una cachaça a Exu.

Bahia è la città del cuore di Jorge Amado, protagonista di alcuni dei suoi romanzi tanto quanto i personaggi che li animano.
Solo in una città magica e sensuale come Bahia la bella dona Flor avrebbe potuto incontrare e amare i suoi due mariti.
Solo in una città selvatica e dura come Bahia avrebbero potuto vivere i Capitani della spiaggia.

Ma per capirla davvero bisogna cercare le guide giuste.

Una è sicuramente Jorge Amado, che oltre ai suoi romanzi vividi e appassionanti ha scritto negli anni Quaranta, e poi rivisto negli anni Settanta, una straordinaria e inusuale guida turistica della città: Bahia, edita in Italia da Garzanti.

Se sei solo una turista avida di nuovi paesaggi, di nuove avventure per rianimare un cuore logorato dalle emozioni, viaggiatrice di povere avventure ricche, in tal caso non avrai bisogno di me come guida. Ma se vuoi vedere tutto, se sei ansiosa di apprendere e migliorare, se vuoi realmente conoscere Bahia, allora vieni con me, ti mostrerò le strade e i misteri della città di Salvador, e te ne andrai di qua con la certezza che questo mondo è ingiusto e che ha bisogno di essere riformato e migliorato. Perché non è giusto che tanta miseria sia racchiusa in tanta bellezza. [...] Vieni, Bahia ti aspetta. E’ una festa, ed è anche un funerale.

Lungomare di Bahia

Bahia non è una città facile, le sue bellezze architettoniche si disfano nel caldo umido dei tropici, nonostante il fervore di restauri di facciate di edifici coloniali e di chiese. La sua bellezza naturale e la sua naturale gioia sono abbruttite dalle ingiustizie sociali, ma resistono prepotenti. E la saudade è ineluttabile.

Rua Chile non è più la strada dello shopping elegante e della crema della città seduta ai tavolini dei caffè, ma gli atabaques suonano ancora nella notte baiana e quel suono primordiale e misterioso non turba il sonno di chi lo sente ma lo conforta.

Oltre a raccontare l’atmosfera della città, vie e vicoli, chiese e quartieri popolari, cittadini indimenticabili e paesaggi, Amado dedica una parte della sua guida al candomblè, una delle radici culturali baiane.
Presenta e descrive gli Orixàs, parla delle mãe de santo che ha conosciuto e frequentato e del suo ruolo nel terreiro.
Le belle illustrazioni di Carybé di cui è corredata questa parte del libro mostrano le sembianze degli Orixàs e quindi le vesti che indossano i figli di santo quando cadono in trance e vengono posseduti.

Fitas do Senhor do Bonfim

Racconta poi le feste, talvolta sincretizzate con festività cattoliche, tra cui il “lavaggio” della chiesa di Nostro Signore do Bonfim, il Cristo miracoloso che protegge la città, e che è anche Oxalà, il più potente degli Orixàs.
Oppure la festa di Yemanjà con le offerte di stoffe, nastri, gioielli, pettini e specchi alla vanitosa divinità marina, perché la madre e sposa di tutta la gente di mare non metta i suoi occhi di naufragio sui pescatori, non li scelga come suoi amanti e li porti via per le sue feste d’amore tra le onde.

Anche le parole e la musica di João Gilberto e Vinicius de Moraes, interpretate da Caetano Veloso, Gilberto Gil o Toquinho, sono delle ottime guide alla città e alla sua atmosfera.

Casa Encantada

Ma se si preferisce avere delle guide da abbracciare alla fine della vacanza, si possono contattare Loris e Maria, responsabili di Casa Encantada e di uno stimolante progetto di turismo responsabile, che è un’avventura davvero molto molto ricca.

J. Amado, Bahia, Garzanti, 310 p., 18.60 euro

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un appassionante romanzo filippino

A prima vista sembrerebbe un noir.
All’inizio c’è il viaggio aereo di una bara da Jeddah, Arabia Saudita, verso Manila, Filippine, paese d’origine della defunta nel feretro.
Si capisce subito che è molto di più.

Il romanzo Soledad, a cui la casa editrice italiana Isbn ha conferito l’accattivante sottotitolo Rocambolesco romanzo filippino, gioca con alcune regole del genere mystery per poi disattenderle tutte, senza per questo scontentare il lettore.
C’è un poliziotto, Walter Zamora, un bel personaggio di duro gentile, con una vita privata disatrosa e un importante caso irrisolto alle spalle che ha influito pesantemente sulla sua carriera e sul suo matrimonio.
C’è il cadavere nella bara, appunto. E c’è anche uno scambio di persone e di vite.

Ma tutto ciò è solo il pretesto per Jose Dalisay, pluripremiato autore filippino, per raccontare il suo Paese e l’importante fenomeno di emigrazione che lo caratterizza.
La Soledad che dà il titolo al romanzo infatti è emigrata per fare la domestica, prima a Taiwan e poi a Jeddah. Destino comune a molte donne, che si ritrovano poi a raccontarsi agghiaccianti storie di datori di lavoro violenti e di domestiche impazzite o finite male, nelle piazze di tante città del mondo durante i propri giorni liberi.

Spesso le condizioni di lavoro sono disumane, soprattutto in Arabia Saudita o negli Emirati Arabi dove ai lavoratori stranieri viene ritirato il passaporto e dove ci si trova spesso privi di diritti e reclusi nel luogo di lavoro, soprattutto le donne.
Eppure il sogno di tanti filippini è partire, attraversare il mare che circonda le loro isole e trovare fortuna e opportunità di un avvenire prospero altrove. Anche se tanti compatrioti tornano a casa dentro una bara.

Ma nel libro si parla molto anche di chi sceglie di restare, e dal racconto della vita quotidiana di Dalisay si riesce perfettamente a capire qualcosa di più sulle Filippine.
Su chi si arrangia e vive di illegalità, su chi svolge i lavori più umili, sulla prostituzione nei locali notturni, spesso a beneficio di ricchi lavoratori stranieri che portano capitali e know how nel Paese, sulla semplicità della gente che si perde dietro a desideri consumistici ancora alla portata di pochi, sulla caotica e vivace Manila lavata dalle piogge tropicali.
Molti personaggi intrecciano le loro piccole storie alla trama principale. E Dalisay è davvero bravo a caratterizzarli tutti e a mantenere solido l’impianto della narrazione, che alterna spesso presente e passato e scorre in mille rivoli diversi.

Non dico di più perché il romanzo è ricco di colpi di scena ed è un piacere scoprirli uno dopo l’altro. Ma lo consiglio davvero per la piacevolezza con cui si legge, per la qualità della scrittura, per la capacità di raccontare una società da noi poco conosciuta e per il modo in cui è trattato il tema dell’emigrazione.

J. Dalisay, Soledad. Rocambolesco romanzo filippino, Isbn, 196 p., ebook 4.99 euro

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immenso 2666

I quattro abitanti del Messico

Leggere 2666 di Roberto Bolaño è come prendersi l’influenza: passare dalle poche linee di febbre iniziali al febbrone che fa sudare, fa dolere le ossa e confonde il cervello.
Oppure è come prendersi una sbronza con la tequila, sentire all’inizio solo il suo sapore sapido che gratta la gola e ritrovarsi dopo qualche bicchiere con la mente leggera e le gambe molli.
E’ anche una sbronza triste o angosciante, o un corpo a corpo con il vivere e il suo male.

Cinque romanzi compongono questo super romanzo, nato per essere cinque parti di una storia e poi (e a me non è dispiaciuto) divenuto una storia in cinque parti e in un unico volume.
Non c’è una continuità evidente tra i romanzi, ma l’opera è attraversata da tematiche importanti e ricorrenti, dal riapparire di alcuni personaggi e da intrecci di microstorie.
Ogni romanzo comunque ha protagonisti diversi e una trama coerente in se stessa, anche se nessuno ha una conclusione netta, neppure l’ultimo.

2666 è un’opera mondo, ambientata nella sua totalità in molti paesi diversi e che copre un arco temporale che va dal 1918 al 1999, quasi tutto il Novecento.
E forse per questo allude nel titolo al secolo ventunesimo e al famigerato e diabolico 666. Come se gli orrori del secolo scorso: guerre mondiali, Shoah, alienazione miseria e sfruttamento generati dal sistema economico e sociale ancora vigente, siano il preludio all’apocalisse futura.

L’arte è uno dei temi fondamentali del libro, così come la cultura, il conoscere ciò che ci circonda e l’amore per il sapere, tutti aspetti positivi e salvifici – ma non indolori – dello stare al mondo, che si incarnano in moltissimi personaggi. Il misterioso scrittore Benno von Arcimboldi, alla ricerca del quale si dedicano i quattro accademici europei protagonisti del primo romanzo. Il pittore inglese Edwin Johns lacerato dal conflitto tra arte, profitto e follia. Il filosofo Oscar Amalfitano e la sua folle moglie Lola persa dietro un sogno di amore e poesia. Il giornalista afroamericano Oscar Fate e il giornalista messicano Sergio Gonzalez Rodriguez che amano il proprio lavoro e si ritrovano a stretto contatto con la violenza e l’orrore più puri. Il giovane e idealista intellettuale ucraino Boris Ansky ispirazione per la vita del soldato Hans Reiter. L’editore Jacob Bubis che difende la letteratura e custodisce i buoni libri.
Ma a questi personaggi si contrappongono anche amare riflessioni sul rapporto tra arte e potere, tema caro a Bolaño, scrittore cileno testimone del golpe di Pinochet e vissuto per molti anni in Messico, paese di cui racconta la corruzione e l’ipocrisia della classe dirigente.

Gli ultimi due romanzi sono, a mio avviso, il cuore dell’opera.
Il quinto, La parte di Arcimboldi, è un originale Bildungsroman in cui confluiscono anche la storia più oscura del Novecento europeo, ovvero l’efficiente sterminio degli ebrei, e la dissoluzione dell’utopia socialista nel regime sovietico.
Il quarto, La parte dei delitti, è tra tutti il romanzo più interessante per tecnica letteraria e il più dolorosamente crudele.
E’ la storia completamente inventata, ma che riecheggia un’altra storia atrocemente vera, di una serie di delitti raccapricianti che rendono la città messicana di Santa Teresa “un’oasi di orrore in un deserto di noia”, secondo un’espressione di Charles Baudelaire scelta da Bolaño come epigrafe del suo romanzo di romanzi.

La storia vera è quella di Ciudad Juárez, nel nord del Messico, al confine con il Texas, città violentissima a causa del narcotraffico, che dal 1993 ha conosciuto un’ondata di violenze e delitti nei confronti di giovani donne, per descrivere la quale è stato opportunamente impiegato il termine feminicidio.
Usando il linguaggio burocratico delle indagini di polizia e dei referti del medico legale Bolaño narra una sequela interminabile di delitti, immaginando nome e vita delle vittime e fornendo il resoconto delle indagini su uno o più presunti serial killer di giovani donne. E nel farlo racconta anche la mentalità maschilista che conduce al feminicidio (esemplificata in due agghiaccianti pagine di barzellette contro le donne), la corruzione del sistema politico e giudiziario e della polizia, gli accordi tra narcotrafficanti e istituzioni.

Non si può non rimanere ammirati davanti alla vastità di 2666, alla ingegnosità di tutte le sue storie, alla capacità di Bolaño di tratteggiare personaggi diversissimi tra loro e mai banali, alla quantità di idee e fatti che compongono i romanzi, alla complessa descrizione delle molteplici forme del male nel mondo. Questa summa di storia, cultura e narrativa non è certo facile e non sempre è avvincente ma merita di essere considerata una pietra miliare della storia della letteratura.

R. Bolaño, 2666, Adelphi, 963 p., 23 euro

Un’interessante analisi di 2666 e soprattutto il racconto della genesi di La parte dei delitti si trova qui.

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Dal cielo

Se in te mi esprime il risveglio
se io tutto
avvampo e sono mente,
io tuo seno, realtà:
brevi figure tra cui svolse
il suo debole senso la mia vita,
lieto e aspro rifugio
che l’alba senza affanni e il sole
già sommuove di pura meraviglia,
ecco il dono e l’azzurro
usciti in forza dalla morte,
ecco supero il corpo
mio impoverito e il respiro,
e tutto da te riconosco,
cielo, felicità di fibre miti
di felci e brine,
conclusiva diafana ebrietà,
intransigente e fulgida
causa che stai nel vero.

Dal cielo è questa penombra
dove senza termine è la fede
anche dell’insetto che procede
dalla foglia invernale alla stella
che ardendo gocciò nella valle,
dal cielo è questo scrigno di paesi
dormenti tra le presenze oscure
e feconde dei monti,
dal cielo è l’ordine tenace e leggero
delle viti sui colli
dov’io tacqui e sorrisi,
dal cielo è la strada
che già mi balza dalle mani
verso il lavoro e la ventura
mentre turge la fiamma dentro il vetro
e di tintinni brulicano i boschi.

Da te azzurra remota corona,
assedio e sostegno,
è la mia noncuranza
ed il grido onde volgo
le ormai facili spalle,
da te s’irradia la mia pace
al di là delle ortiche
insonni, dei bronchi in agguato,
e se m’adagio e ascolto
il sussurro di sagra che fa nostro l’inverno
se porgo orecchio alla lusinga
bisbigliata dai gerani
già oltre il ghiaccio di gennaio,
dal cielo io dico ogni mio moto
ogni verde d’atti scintillanti
ogni luce d’atti incerti e immaturi
per pienezza d’amore,
e in amore già accolte le colline
io sempre rinascendo
insieme riconduco al cielo.

Mani, lingua, respiro,
dal cielo è questo mio conoscervi,
dal cielo vita immemore
ti componi al tuo sguardo e il tuo sguardo
dal cielo si compone.
E in volto di mattino si riannuncia
a sé quanto da sé fu oppresso:
vedere, udire, ancora
a me nuovi ritornano?
E questo io posso donde
la faglia senza fondo mi divelse
e, fatto sangue, nelle congiunture
nuove che il mondo affermano,
viventi sensi, muovere a me stesso?
Riproposte realtà
qui dal vuoto che smuore
vi attendo perchè io sia. Dal cielo
è la pietà che il mondo fa consistere.

A. Zanzotto, Poesie (1938-1986), Mondadori, 312 p., 6.80 euro

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santa Tieta del sertão

A cavra

Una donna bella e ricca che ha fatto fortuna in una grande città torna nel paesino natale dal quale era stata cacciata venticinque anni prima, e il suo ritorno quasi miracoloso porta scompiglio e novità.
Lei è Tieta, una delle donne di Jorge Amado, autore che ha il merito di disegnare personaggi femminili così vivi che non si riesce proprio a credere che non siano fatti di carne e sangue.

Tieta è una donna capra, pastora nel sertão di Agreste e capretta in calore sulle dune bianche della spiaggia di Mangue Seco, al confine tra lo stato di Bahia e quello di Sergipe. Il vecchio Zé Esteves, suo padre, caprone cocciuto quanto lei e sempre armato di un pesante bastone, l’aveva cacciata per le sue avventure con uomini del posto e di passaggio.

Poi dopo molti anni Tieta aveva iniziato a mandare un regolare e consistente aiuto economico ai suoi famigliari: al padre e alla sua seconda moglie, alla sorella Perpetua, beghina ipocrita, e alla sorellastra Elisa, troppo bella per il minuscolo paese di Agreste – posto buono per aspettarci la morte -, che sogna la sfavillante vita dei divi dello spettacolo.
Sposata con un imprenditore commendatore del papa, figlia modello, aiuto e consolazione dei suoi famigliari, Tieta sembra essere diventata una santa. E quando riappare al paese natio in carne e ossa, insieme alla sua elegante figliastra, cercando di rendere il più possibile felici gli altri con i suoi ampi mezzi, poco ci manca che la cittadinanza le eriga una statua in chiesa accanto alla patrona Sant’Anna. L’idillio però non dura molto.

Vita e miracoli di Tieta d’Agreste è un romanzo sicuramente più amaro e riflessivo rispetto a Dona Flor e i suoi due mariti, a Teresa Batista stanca di guerra o a Gabriella garofano e cannella.
E’ anche un romanzo molto corale, in cui ciascun personaggio racconta un mondo e un modo di pensare, ha una storia e un carattere definiti.
Lo stesso Amado lo definisce un feuilleton, e da quel genere letterario prende in prestito con molto humor alcuni topoi narrativi, lo stile appassionante e la lunghezza, che sono del resto «qualità intrinseche in un buon romanzetto».

E’ il 1965 e il Brasile, come tutto il resto del mondo, è in fermento. Lo sviluppo industriale è insieme tentazione e minaccia e il progresso sociale tarda ad arrivare nella sonnacchiosa Agreste, nonostante l’apparizione di comunità di hippy attratti dalle spiagge baiane.
Una potente multinazionale vorrebbe impiantare una fabbrica per la produzione del biossido di titanio sulla spiaggia di Mangue Seco. L’alto tasso di inquinamento prodotto distruggerebbe irrimediabilmente la natura incontaminata del luogo e stravolgerebbe vita e abitudini degli abitanti, da sempre pescatori e contrabbandieri. Alcuni, come il giovane e ingenuo amministratore comunale Ascanio Trinidade, vedono nella fabbrica una prospettiva di ascesa sociale e di miglioramento delle condizioni di vita. Molti altri ritengono che questo tipo di progresso serva solo a uccidere l’ambiente e gli uomini che lo abitano.

Nonostante siano passati più di trent’anni dalla pubblicazione del romanzo di Amado, l’argomento resta di grande attualità, soprattutto per i paesi in via di sviluppo e con grandi risorse naturali.
Attuali e dolorosamente godibili i paragrafi che raccontano dei processi decisionali all’interno della multinazionale e il sistema di corruzione, a qualsiasi livello, che mette in atto per raggiungere i propri scopi, servendosi della buona fede o delle debolezze delle persone.

Tristemente divertenti l’ipocrisia, l’avidità e il moralismo dei paesani, raccontati con arguzia da Amado che dialoga apertamente con il lettore e con un severo ipotetico collega scrittore, Fulvio D’Alembert, che gli rimprovera le cadute di stile e la mancanza di moralità. Si difende Amado chiamando in causa, come sempre, la pigrizia e la sensualità del popolo di Bahia a cui appartiene. Un popolo di puri mulatti, allegri e scanzonati che amano i piaceri dell’esistenza. Un popolo che ha dato vita a personaggi divertenti e veri come l’indomita Tieta, la pettegola di buon cuore Carmosina, la tenera puttana Zuleika Cinderela, la banda del biliardo, il vecchio poeta Barbozinha.

E personaggi diventano – e non per la prima volta – anche alcuni cari amici di Amado, membri dell’intelligencija baiana dell’epoca: il giornalista Giovanni Guimarães autore di un infuocato editoriale contro il biossido di titanio, il pittore Carybé colto a imbrogliare un povero curato di campagna per accaparrarsi una pregiata statua antica e l’incisore Calasans Neto, illustratore dei poemi del Barbozinha, come lo era in realtà delle opere di Amado.

Nel divertente ma un po’ amaro tourbillon finale del romanzo,  Tieta dimostra una volta di più la sua forza e la sua libertà incoercibili. E anche se per Amado questa favola non ha morale, un motto del poeta Barbozinha può far sempre comdo al lettore: d’amore si vive, non si muore.

J. Amado, Vita e miracoli di Tieta d’Agreste, Garzanti, 616 p., 10.90 euro

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