Midnight in Paris

Owen Wilson in una scena di Midnight in Paris

La prima volta che sono stata a Parigi sognavo che da un momento all’altro mi capitasse un’avventura simile a quella di Owen Wilson in “Midnight in Paris”. Ovviamente ero un’adolescente romantica, con una passione divorante per la letteratura e per il passato, che si sarebbe sentita davvero a suo agio in un negozio nostalgia formato città.
Per questo ho adorato l’ultimo film di Woody Allen, che mi ha riconciliato con le speranze all’epoca disattese dalla Ville Lumière.
“Midnight in Paris” gioca con il fervido clima culturale dei Ruggenti anni ’20, quando un quadro di Matisse costava solo 500 dollari, le hit del momento avevano la firma di Cole Porter e le nuove mode venivano lanciate da Coco Chanel.

Il protagonista Gil / Owen Wilson è il classico personaggio alleniano di un americano innamorato di Parigi e della cultura europea, così significativa per gli artisti americani della “Lost Generation”, e assolutamente a disagio e in conflitto con i personaggi che ritraggono gli americani “autentici”, diffidenti verso le stranezze e le romanticherie attribuite agli europei.
Purtroppo il doppiaggio italiano accentua fortemente l’identificazione di Wilson con Allen, con un banale effetto caricatura. Mentre trovo che il tratto migliore della recitazione di Wilson sia proprio lo stupore da bambino con cui Gil si ritrova a vivere nel mondo dei suoi sogni, piuttosto lontano dall’ironia disincantata tipica di Allen.
Visivamente il film è giocato sui due registri della Parigi diurna e notturna, entrambe illuminate da una luce morbida e calda con una forte dominante gialla, che sicuramente si accorda meglio con le magiche scene notturne, che io aspettavo con impazienza.
L’accuratezza dei costumi e del trucco è una piacevole sfida per lo spettatore.

Questo gioco raffinato e brillante non è però fine a se stesso. Con leggerezza e sense of humor Woody Allen ci ricorda che il nostro tempo deve essere il presente e che le fantasie (come il cinema) e le nostalgie per le epoche d’oro non possono prendere il sopravvento sulla nostra vita, anche quando quello che abbiamo non ci soddisfa.

Non potevo non parlare di un film in cui appare come personaggio il nume tutelare di questo blog, Gertrude Stein, citata nella foto della testata, che proprio al suo amico Ernest Hemingway disse: Remarks are not literature.

Le osservazioni non sono letteratura, e non lo sono nemmeno i post di un blog!

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Archiviato sotto Cineforum, Remarks, Segnali di fumo

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