Non avevo mai letto niente di Angela Davis fino a quando un amico mi ha regalato, per un caso fortuito, Aboliamo le prigioni? Contro il carcere, la discriminazione, la violenza del capitale, volume edito da Minimum fax che comprende Are prisons obsolete? un saggio di Angela Davis sul sistema carcerario e un’intervista a Davis di Eduardo Mendieta.
Il mio unico pregiudizio su Angela Davis era positivo, e suppongo sia stata questa la causa del regalo. E’ nota la mia ammirazione per le donne afroamericane, per la coraggiosa storia della loro emancipazione dalla schiavitù, per la loro lotta per l’uguaglianza e i diritti civili e per la cultura che i loro talenti hanno saputo produrre.
Potrei dire che Ms. Davis, per quello che incarna, mi era già cara. Cara come la più bella pagina di Toni Morrison, come la voce di Ella Fitzgerald e come il cappellino di Aretha Franklin al giuramento di Obama, anche se quest’ultimo paragone (che mi perdoni Angela!) è senz’altro troppo frivolo, ma assolutamento non irriverente.
Il titolo italiano scelto da Minimum fax forza un po’ il senso del titolo originale di Davis per accentuare la provocatorietà dell’opera e richiamare l’attenzione del lettore; trovo comunque molto utile la scelta di inserire nel volume anche l’intervista di Mendieta, che fornisce ulteriori spiegazioni e analisi alle riflessioni di Are prisons obsolete?
Il saggio di Angela Davis, dunque, affronta un argomento cui prestiamo in genere poca attenzione: l’uso del carcere nella nostra società e la possibilità di trovare misure alternative alla reclusione o di prevenirne l’esigenza.
La maggior parte di noi dà il carcere e la pena detentiva per chi commette un reato per scontati, eppure la nascita delle prigioni è legata a un preciso momento storico e agli ideali dell’Illuminismo.
Fino al XVIII secolo le punizioni erano corporali e la pena di morte era piuttosto frequente, la reclusione costituiva solo un preludio.
Nella seconda metà del Settecento iniziò a farsi strada l’idea del penitenziario come luogo in cui la persona che aveva commesso un reato poteva riflettere in solitudine, pentirsi ed espiare. Eppure le voci di dissenso e di critica su questa nuova pratica non mancarono fin dagli inizi. Tra queste, quella autorevole di Charles Dickens che riteneva che «coloro i quali siano stati sottoposti a questa punizione siano destinati a rientrare di nuovo nella società moralmente tarati e gravemente ammalati».
L’isolamento, o il sovraffollamento, la mancanza di stimoli vitali e intellettuali e le condizioni di deprivazione sensoriale sono sempre state presenti nella vita carceraria. Sono alla base di patologie fisiche e psichiche diffuse tra i carcerati, causa di suicidi, e al centro di lotte condotte dagli stessi detenuti e da quella parte della società civile che lavora per il miglioramento delle condizioni di vita nelle prigioni.
Basandosi sulla sua stessa esperienza di carcerata, sulle autobiografie di molti detenuti e sugli studi condotti da associazioni e università, Angela Davis stigmatizza l’uso della tortura e delle molestie sessuali come pratiche connaturate alla detenzione negli Stati Uniti. E nota come le violenze abituali perpetrate sulle detenute e sui detenuti siano rese psicologicamente ammissibili dal contesto in cui avvengono e dal fatto che coloro che le compiono indossino una divisa e siano quindi depositari di una certa autorità, rappresentanti dello Stato. Ad esempio le regolari ispezioni interne agli organi genitali femminili.
Queste pratiche comuni nelle carceri statunitensi non scandalizzano l’opinione pubblica, spiega Davis in risposta a una domanda di Mendieta, come invece è accaduto per la scoperta delle torture e delle molestie sessuali sistematiche ad Abu Ghraib e Guantanamo, anche se i due fenomeni sono evidentemente in rapporto diretto.
Angela Davis, così come molti studiosi, attivisti o semplici cittadini, contesta la necessità di aumentare il numero delle carceri o di aumentarne il livello di sicurezza perchè non crede ai presupposti di questa necessità, ovvero l’efficacia delle carceri e delle supercarceri per contrastare la criminalità o il terrorismo.
In accordo con la sua formazione neomarxista l’autrice individua nel carcere un’istituzione intrinsecamente razzista e sessista, fondata sulle diseguaglianze e con la funzione di “eliminare” la marginalità.
Nella società americana post-industriale, gravata dalla crisi economica e con un welfare state deficitario, chi resta indietro o chi è più debole si ritrova più facilmente nella condizione di finire in carcere. Non è un caso quindi che la percentuale di detenuti afroamericani, latini e amerindi sia nettamente più alta di quella degli americani bianchi.
Riprendendo poi una teoria di alcuni storici e sociologi americani, Davis parla di “complesso carcerario-industriale”, termine coniato a proposito dei rapporti tra carcere e grande industria.
Infatti fin dagli anni Novanta il carcere in America è entrato in competizione con agricoltura e industria per l’impiego di manodopera a basso costo. I carcerati che lavorano non hanno sindacati, non percepiscono né indennità né sussidi e spesso si ritrovano a essere anche consumatori dei beni che producono. Il carcere diventa quindi un business redditizio per Stato e industria, che sono interessati a mantenere elevato il numero delle prigioni e dei detenuti.
E’ facile per Angela Davis tracciare un parallelismo storico con i forzati incatenati dell’America post Guerra Civile, che avevano rimpiazzato gli schiavi neri affrancati, e che morivano di lavoro nell’indifferenza generale, dal momento che non erano considerati neppure un investimento da preservare.
La maggior parte delle riflessioni dell’autrice sulla possibilità di prevenire l’uso del carcere e di non considerarlo irrinunciabile mi hanno convinto e trovo che alcune delle sue analisi siano applicabili anche per le carceri italiane.
Ad esempio, il 25% dei 65.000 detenuti in Italia è tossicodipendente, ed è in carcere per piccoli reati legati alla droga. La reclusione non solo non risolve il problema della tossicodipendenza ma spesso peggiora la situazione, visto che il 68% dei detenuti diventa recidivo. Le misure alternative al carcere per i tossicodipendenti scarseggiano per mancanza di fondi. Secondo dati dell’Associazione Antigone, tre anni fa ne usufruivano più di 23.000 persone, oggi solo un terzo.
Il recente, terribile, caso di Stefano Cucchi è l’esempio di come entrare in carcere per un piccolo reato legato alla droga possa trasformarsi in un dramma.
Altro caso emblematico è quello di Angelica, la giovanissima rom di Napoli accusata di aver tentato di rapire una bimba, notizia che scatenò il vergognoso rogo del campo rom di Ponticelli. La sua richiesta di scarcerazione per potersi prendere cura della figlia è stata respinta dal Tribunale dei minori perchè l’appellante è pienamente integrata nello stile di vita rom e non mostra segni di ravvedimento.
Citando dalla sentenza: «Va inoltre sottolineato che allo stato unica misura adeguata alla tutela delle esigenze cautelari appare quella applicata della custodia in istituto. Sia il collocamento in comunità sia la permanenza in casa risultano infatti misure inadeguate anche in considerazione della citata adesione agli schemi di vita rom che per comune esperienza determinano nei loro aderenti il mancato rispetto delle regole».
Tuttavia il libro di Angela Davis, efficace dal punto di vista delle analisi non contiene, probabilmente per intenzione dell’autrice stessa, nessuna proposta pratica di alternativa al carcere.
Senza alcun dubbio la redistribuzione delle ricchezze a livello locale e mondiale, il miglioramento del welfare state e l’innalzamento del livello culturale, la depenalizzazione di alcuni reati minori e una politica internazionale più equilibrata (tutti traguardi comunque non facili da raggiungere) potrebbero effettivamente eliminare l’esigenza di commettere reati comuni o addirittura atti terroristici.
Ma non è detto che potrebbero risolvere definitivamente altri problemi, come la grande criminalità organizzata e i traffici internazionali di armi, droga o esseri umani, questioni che hanno sicuramente a che fare con povertà, ignoranza e sfruttamento, ma anche con il lato più oscuro dell’animo umano.
A. Davis, Aboliamo le prigioni? Contro il carcere, la discriminazione, la violenza del capitale, Minimum fax, 265 p., 14.50 euro


