illusione d’amore

La nuda e semplice verità è che quando amai Estella con l’amore di un uomo, l’amai semplicemente perché la trovavo irresistibile. Sia detto una volta per tutte: sapevo, con mio grande dolore, molto spesso, se non sempre, che l’amavo a dispetto della ragione, a dispetto di ogni promessa, a dispetto della mia pace, a dispetto della speranza, a dispetto della felicità, a dispetto di ogni possibile scoraggiamento. Una volta per tutte: non l’amavo di meno perché lo sapevo, e il fatto che lo sapessi non valeva a frenarmi, più che se l’avessi creduta la perfezione umana.

Grandi speranze, o meglio Great expectations, è uno dei capolavori di Charles Dickens, talmente ricco e complesso da scoraggiare la stesura di un post qualsiasi. Per questo mi limito a commentare la riflessione del protagonista Pip su ciò che prova per Estella, sentimento fondamentale per lo svolgimento del romanzo, che mi ha toccato e interrogato molto. Può l’amore per un’altra persona sopravvivere alla perdita della speranza, della pace e della felicità?

Miss Havisham dice a Estella di spezzare il cuore a Pip

Estella non riesce ad amare nessuno. Quando era una bambina è stata adottata da Miss Havisham, una donna ricca e dal cuore spezzato, che l’ha cresciuta per farne il suo strumento di vendetta nei confronti degli uomini. E’ bella e incapace di provare sentimenti di affetto, compassione e amore verso chiunque, compresa la stessa Miss Havisham.

Pip si innamora di Estella da bambino, quando la incontra per la prima volta. L’alterigia sprezzante di Estella che lo deride perché è povero e perché nei suoi modi e nel suo abbigliamento porta le stimmate della sua classe sociale ferisce e sconvolge Pip. La scoperta di un mondo elegante e superiore corrompe la sua anima, e guardandosi con gli occhi di Estella non può che disprezzare se stesso e le proprie origini.

L’inaspettata notizia che un misterioso benefattore intende far educare Pip da gentiluomo, per poi farlo entrare in possesso di una fortuna, accende nel ragazzo la speranza di poter aspirare alla mano di Estella.
Ma la vita si rivelerà per Pip molto diversa dalle sue aspirazioni.

Ci sono diverse teorie sul significato dell’amore di Pip per Estella, che vanno ovviamente al di là del puro amore romantico.
Due in particolare mi convincono più di altre.

C’è chi vede il desiderio di Pip per Estella come l’altra faccia del senso di inadeguatezza provato da Pip. L’orgoglio, la freddezza e la padronanza di sé di Estella la rendono perfetta agli occhi di Pip e gli ricordano sempre le sue mancanze. E il desiderio si costruisce sulle mancanze.

C’è chi ritiene invece che Estella sia una sorta di doppio di Pip, un personaggio speculare che serve a Dickens per mostrare da un’altra prospettiva lo stesso tipo di percorso di crescita, ovvero la scoperta – dolorosa e non facile – che nella vita i sentimenti sono più importanti delle grandi speranze di riuscita e di ascesa sociale.
In questo senso il cambiamento del finale del romanzo da parte di Dickens assume un significato ben diverso dal voler regalare ai lettori un happy end. Pip ed Estella si ritrovano perché hanno compiuto il loro processo di maturazione e sono usciti entrambi dal loro arrogante egoismo.

Tornando alla domanda iniziale mi sembra di poter concludere che questo amore senza speranza, che Pip conserva anche quando Estella gli dice che sposerà un altro – e che in quella circostanza esplode con una bellissima dichiarazione (Tu sei parte della mia esistenza, parte di me. Sei in ogni riga che ho mai letto [...], in ogni paesaggio che ho visto [...]. Sei l’incarnazione di ogni piacevole fantasia..), altro non sia che un’ autoillusione. Un sentimento romantico, definito dallo stesso Pip “un’estasi di infelicità”, che nasconde davvero una mancanza, che non è soltanto il desiderio che tutti proviamo di essere amati, ma quello più straziante di essere amati come abbiamo sognato.

C. Dickens, Grandi speranze, Newton Compton, 384 p., ebook 1.49 euro

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la sindrome Matt Murdock

Matt Murdock

Premessa: prima di conoscere l’uomo della mia vita vivevo in un mondo senza supereroi.
Cioè sapevo più o meno chi fossero ma non mi interessavano.
La dicotomia tra supereroi Marvel e supereroi Dc Comics mi lasciava assai più fredda di quella tra platonici e aristotelici o tra junghiani e freudiani.

Ora che più di tre metri di scaffali della libreria domestica sono occupati da volumi di fumetti, devo dire che qualcosa l’ho imparata anch’io.
Ovviamente sono ancora una neofita, anche se convivo con tutti gli X-Men da più di tre anni. E ovviamente finisce sempre che mi appassionano maggiormente le storie e i personaggi meno ortodossi. Quelli che, per intenderci, fanno sbadigliare il vero estimatore.

Il merito dei miei gusti in fatto di supereroi è anche un po’ dell’uomo che mi ha guidato alla scoperta di questo mondo, che ha capito subito cosa avrebbe più facilmente catturato la mia benevolenza e mi avrebbe quindi impedito di relegare gli amati volumi in un umido scantinato.

Tra tutti i supereroi il mio preferito è decisamente Devil (o Daredevil), al secolo Matt Murdock.
Non che sia l’unico ad avere problemi, farsi paranoie e vivere male la sua identità segreta, ma la sua personalità è quella che capisco meglio e che sento più vicina.

L’idea di un supereroe con un handicap fisico venne nel 1964 al geniale Stan Lee, vero artefice della fortuna della Marvel Comics, che conferì umanità e spessore ai protagonisti dei fumetti, rendendo le loro avventure adatte anche a un pubblico adulto.

Matt Murdock diventa cieco da adolescente a causa di un “isotopo radioattivo” che lo colpisce al volto. La perdita della vista viene però compensata dall’eccezionale acuirsi degli altri sensi che gli permette di leggere un normale giornale toccandolo con le dita, ascoltare conversazioni al di là di un muro insonorizzato, riconoscere le persone dall’odore e dal battito cardiaco e sentire la forma degli oggetti e la loro collocazione nello spazio come farebbe un radar.
Matt cresce a Hell’s Kitchen, un quartiere operaio di Manhattan abitato da immigrati e teatro di scontri tra gang rivali e di attività illegali gestite dalla criminalità organizzata. Suo padre, “Battlin’” Jack, pugile ormai in declino, sogna per lui una vita migliore e lo spinge a studiare e a rifiutare la violenza in ogni sua forma.
Jack Murdock viene però assassinato per essersi rifiutato di perdere un incontro truccato e la mancata condanna dei responsabili spinge Matt alla vendetta.

Così nasce Devil. E nasce anche il conflitto centrale del personaggio di Matt Murdock, di giorno avvocato e di notte “guardiano” di Hell’s Kitchen, impegnato a dare la caccia ai criminali che sfuggono alla giustizia e a rendere più vivibile il quartiere. Devil non è un giustiziere e non uccide, sa che è la legge a regolare la convivenza tra gli esseri umani, chi la infrange opera contro la società e spetta a quest’ultima punirlo. Nessuno può sostituirsi a Dio.

Mantenere un equilibrio (anche psicologico) tra questi due ruoli significa condurre una doppia vita, non rendere pubblica la vera identità di Devil. Matt viene accusato di ipocrisia per questo ma preferisce tenere separate le sue due esistenze, anche per proteggere le persone amate dai criminali che combatte. Benché sia un uomo molto affascinante e abbia successo con le donne, Matt non è mai molto fortunato in amore. Alcune delle più belle saghe delle avventure di Devil raccontano le sue storie tormentate con la bella Karen e con la sensuale ninja Elektra.

Gestire i suoi super sensi è altrettanto difficile per Matt. Ha bisogno di grande capacità di concentrazione e autocontrollo per non diventare preda dei troppi stimoli sensoriali e del contatto fin troppo profondo con le persone. E talvolta lo stress accumulato a causa della sua ipersensibilità ha il sopravvento, rendendolo vulnerabile.
I suoi sensi acuiti possono diventare in alcune circostanze una vera tortura e l’abilità a capire le persone ascoltandone il battito cardiaco non lo salva da incomprensioni, delusioni ed errori di giudizio.

Devil

Devil è un supereroe umile, non ha superpoteri, solo un fisico molto allenato. E’ un eroe di strada, legato a un quartiere più che a una città, che lotta prevalentemente contro un nemico molto reale: la criminalità organizzata, rappresentata dal boss mafioso Kingpin.
Devil non crede mai di essere indispensabile, anzi, si porta sempre dentro un senso di colpa (molto cattolico) per quello che non riesce a fare, per coloro che non ha potuto salvare, per il suo scarso contributo al miglioramento della società. I lutti che si susseguono nel corso della sua vita aumentano la sua rabbia impotente e la sua solitudine malinconica.

Tutti questi aspetti l’hanno reso un personaggio difficile da gestire per la stessa Marvel e negli anni Devil è stato di volta in volta un eroe di serie B o un ispiratore di capolavori.
Il giovane Frank Miller ha legato la sua fama alla rinascita di Devil, accentuando l’atmosfera noir delle storie e omaggiando apertamente il genere hard boiled.
Più di recente Brian Michael Bendis ha seguito le orme di Miller affidandosi al tratto suggestivo di Alex Maleev, perfetto per le atmosfere cupe e per i paesaggi urbani.
Negli ultimi anni ci sono stati imprevedibili sviluppi del personaggio di Devil, passato “al lato oscuro della forza”, e dunque  piuttosto snaturato, nella serie Shadowland.

L’ennesima rinascita però è dietro l’angolo, in seguito alla miniserie Rinato, appena pubblicata in Italia in un unico volume.

E io non vedo l’ora di ritrovare il mio supereroe preferito, anche perché, ormai è chiaro, soffro della sindrome Matt Murdock: insidiosa ipersensibilità, perenne inadeguatezza e  sensi di colpa sempre in agguato.

Le mie storie preferite:

D. Mazzucchelli – F. Miller, Devil Rinascita, Panini Comics, 32.90 euro
K. Smith – J. Quesada, Devil Diavolo custode, Panini Comics, 13 euro
B. M. Bendis – A. Maleev, Devil La Cupola & Scoperto, Panini Comics, 18 euro

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molto forte, incredibilmente vicino

Philippe Petit cammina su una fune sospesa tra le Twin Towers

Mai titolo fu più azzeccato per me. Molto forte, incredibilmente vicino, è così che ho sentito il romanzo di Jonathan Safran Foer.
Ed è la prima volta che mi capita di apprezzare un autore che appartiene alla mia generazione, Safran Foer è nato nel 1977, e di percepire sotto sotto qualcosa che ci accomuna anche in virtù delle esperienze e dell’immaginario.

Mi sembra di aver incontrato questo libro al momento giusto, e penso di non essere stata l’unica a cui è successo. Forse credo davvero nella serendipity, nella bontà degli sconosciuti e nelle bussole interiori che ti riportano sempre a casa.

Oskar è un bambino di nove anni vivace e molto intelligente. Il suo papà muore l’11 settembre 2001 in una delle Torri Gemelle. Dal giorno della morte del padre Oskar si fa dei lividi, inizia a dire bugie e a fare invenzioni.
Prima non faceva queste cose, perché un papà ti calma il cervello, e se la sera ti rimbocca le coperte e ti racconta una storia non hai certamente bisogno di inventare il laghetto delle lacrime a Central Park.
L’innocenza e il candore di Oskar, voce narrante della storia, svelano i meccanismi involontari dell’elaborazione del lutto e ci mostrano come la morte di un genitore ci faccia immancabilmente tornare bambini. Indifesi, spaventati, impegnati caparbiamente a cercare un senso, un messaggio.

La maggior parte dei personaggi del libro sono alle prese con il senso di vuoto, angoscia e abbandono della perdita di una persona amata. Può essere un padre, un figlio, un marito, una moglie, una fidanzata.
Non tutti riescono ad affrontarli con lo stesso coraggio di Oskar o con la forza e l’amore della mamma di Oskar.
A volte il dolore di una perdita stravolge talmente le persone da impedirgli di continuare a vivere la propria vita. Perché «non ci si può difendere dalla tristezza senza difendersi dalla felicità».
Questo è quello che capita al nonno di Oskar, altra voce narrante del libro.

C’è una certa simmetria nelle storie di Oskar e di suo nonno, perché entrambi perdono le persone amate in modo non naturale, quindi ancora più difficile da affrontare. Oskar perde il padre in un brutale attentato terroristico, il nonno di Oskar perde i suoi cari in uno dei bombardamenti peggiori della seconda guerra mondiale.

Ho sempre pensato che la mia generazione (che è anche quella di Safran Foer) abbia stabilito un legame particolare con quella dei nostri nonni e sia stata più disposta a comprenderla rispetto ai loro figli, i nostri genitori.

Il romanzo mutua la tecnica cinematografica del montaggio, assimilando materiali diversi dalla scrittura e usando reiterazioni, flashback e flashforward. Ho particolarmente amato il fatto che l’autore abbia inserito delle foto e delle parti grafiche che spezzano la normale uniformità della scrittura. Belle e molto toccanti le immagini che costituiscono il finale del libro.

Benché l’11 settembre sia affrontato da un punto di vista strettamente personale, è innegabile che Molto forte, incredibilmente vicino sia anche un romanzo sull’attentato terroristico che ha sconvolto gli americani, distruggendo le loro certezze.
Ovviamente il lettore è portato a riflettere sulla sorte delle persone che erano all’interno delle Torri o sugli aeroplani, a immaginare i modi in cui hanno affrontato la morte, attesa senza possibilità di salvezza, e hanno cercato di comunicare per l’ultima volta con i propri cari.
Ma è soprattutto la ricerca di Oskar di qualcosa che possa fargli comprendere meglio suo padre, e che gli permette di incontrare tante persone diverse, a raccontare come i new yorkesi hanno reagito al trauma. A mostrare al lettore che persone sono e quali sentimenti hanno condiviso, o rimosso, mentre la vita inesorabilmente andava avanti.

Consiglio a tutti Molto forte, incredibilmente vicino, ma soprattutto a chi è in un momento difficile o sta vivendo un lutto.

J. Safran Foer, Molto forte, incredibilmente vicino, Guanda, 351 p., 18 euro

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la nostalgia della carta

Sono innamorata del mio Nook, l’ho già detto, e sono molto soddisfatta per essere entrata nel mondo della lettura digitale.
Mi sono accorta che negli ultimi mesi ho letto, e acquistato, più ebook che libri di carta. Al decimo ebook consecutivo, però, mi è presa nostalgia per la carta.
Senza immalinconirmi sulle gioie della mia infanzia e adolescenza di lettrice indefessa e senza demonizzare il digitale, ho pensato a cosa mi mancava dell’amato libro.

Essenzialmente piccole gioie molto personali. Ad esempio timbrare la prima pagina col mio ex-libris, il porcospino rosso con il naso all’insù. L’ebook non è fatto per l’ossessione romantica del possesso.
Oppure controllare con una sola occhiata quanto manca alla fine del libro, giudicando gli spessori al di qua e al di là del segnalibro. L’ereader indica la progressione delle pagine, ma non basta a farsi un’idea, anche perché capita spesso che ci siano un’appendice o un indice alla fine. Questo però ha anche un risvolto bello: il totale stupore che mi ha colto più volte quando sono arrivata all’ultima pagina, alla fine della storia.
L’aprire pagine a caso, anche leggiucchiando distrattamente una riga qua e una là di pagine successive a quella che sto leggendo. Mi manca, ma non è proprio un male smetterla di fare perverse congetture su quello che succederà in seguito. In fondo non sarei del tutto contenta di sapere con certezza quello che mi accadrà da qui a due anni.

C’è voluto molto tempo per sviluppare queste piccole manie, è ovvio che non sia facile farne a meno. E’ davvero superfluo per me cantare le lodi del libro di carta. E’ un oggetto delizioso e perfetto, di un materiale che spesso ha un profumo sensazionale e che invecchiando e ingiallendo non perde un briciolo di fascino, anzi lo acquista.
Il libro si presta a essere un feticcio perfetto ed è sicuramente più bello prestare o regalare un libro che non un ebook.
Le librerie e le biblioteche sono luoghi voluttuosi e magici.

Tutto ciò è talmente evidente da essere scontato. Come è scontata la convivenza tra libro tradizionale e libro elettronico, almeno per un buon lasso di tempo.

Poi, come sempre, c’è il solito intellettuale menagramo apocalittico. In questo caso lo scrittore Jonathan Franzen, che alcuni giorni fa ha espresso un parere del tutto negativo (e quanto mai anodino) sugli ebook, sulla loro immaterialità e su come uno scrittore si immagini sempre la propria opera stampata su carta. Credo che anche nel caso di Franzen le sue affermazioni siano più riconducibili all’esperienza personale e all’abitudine (o allo snobismo?) che non a una seria riflessione.

Mi pare che solo la poesia moderna abbia bisogno della carta, più che altro perché difficilmente si legge un libro di poesie una pagina dopo l’altra, ma anche questa potrebbe essere solo un’esigenza personale, o generazionale.

Riguardo alla narrativa mi chiedo invece se non si possa immaginare un significativo cambiamento del libro proprio grazie al digitale. Perché l’ebook è un ipertesto, ma da quello che ho potuto vedere finora non viene trattato come tale dagli editori, e forse per gli autori è ancora troppo presto per ripensare la scrittura e adattarla a questo nuovo mezzo.

Curiosamente il primo libro di carta che ho letto dopo una serie di ebook è stato Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer, edito in Italia da Guanda (che tra l’altro ha tolto dalla circolazione il tascabile per poter vendere solo la più costosa edizione in brossura in concomitanza con l’uscita del film).
E’ un romanzo molto bello ma è anche un oggetto notevole. Il testo è arricchito da molte foto e da disegni e scritte colorati del tutto funzionali alla storia.
Non so l’idea potrebbe piacere a Jonathan Safran Foer, ma ho immaginato che quel bellissimo oggetto potesse essere anche un bellissimo ipertesto. Che magari avrebbe potuto addirittura far ascoltare “I am the walrus” dei Beatles al lettore.
Il mio Nook modello minimal non sarebbe stato il supporto adatto per dei testi colorati e della musica, ma altri ereader e ovviamente i tablet sono già attrezzati per questo.

Il mezzo è anche il messaggio: è stata proprio l’invenzione della stampa a caratteri mobili a determinare la nascita del libro come lo conosciamo oggi e a rendere la scrittura e la lettura fatti non elitari. La fotografia non è morta col passaggio al digitale, ma sicuramente è cambiata moltissimo.
Chissà se là fuori da qualche parte c’è una nuova avanguardia letteraria pronta a raccogliere la sfida del libro elettronico.

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Nulla è in regalo

Nulla è in regalo, tutto è in prestito.
Sono indebitata fino al collo.
Sarò costretta a pagare per me
con me stessa,
a rendere la vita in cambio della vita.

E’ così che è stabilito,
il cuore va reso
e il fegato va reso
e ogni singolo dito.

E’ troppo tardi per impugnare il contratto.
Quanto devo
mi sarà tolto con la pelle.

Me ne vado per il mondo
tra una folla di altri debitori.
Su alcuni grava l’obbligo
di pagare le ali.
Altri dovranno, per amore o per forza,
rendere conto delle foglie.

Nella colonna Dare
ogni tessuto che è in noi.
Non un ciglio, non un peduncolo
da conservare per sempre.

L’inventario è preciso,
e a quanto pare
ci toccherà restare con niente.

Non riesco a ricordare
dove, quando e perché
ho permesso che aprissero
questo conto a mio nome.

La protesta contro di esso
noi la chiamiamo anima.
E questa è l’unica voce
che manchi nell’inventario.

W. Szymborska, Vista con granello di sabbia, Adelphi, 235 p., 18 euro

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nook love

il mio Nook

Da qualche mese ho un Nook Simple Touch, un ereader.

L’ho scelto dopo un’attenta valutazione di costi e caratteristiche. Le informazioni le ho attinte quasi esclusivamente da internet, da diversi forum e da questo ottimo sito. Non sono andata a provare dal vivo i modelli di ereader che si possono acquistare in Italia nei negozi di elettronica. Mi sono limitata a sbirciare quelli che vedevo in mano ai passeggeri dei mezzi pubblici a Roma.

L’ho potuto comprare grazie a un amico che è andato in vacanza negli Stati Uniti questa estate, perché fino a poco tempo fa non era in vendita in Italia e non si poteva acquistare online. Ora invece sembra che si possa ordinare su Amazon (cioè sullo store del suo concorrente diretto) e farselo consegnare in Italia.

Il costo è stato un parametro fondamentale per me. Anche perché non sapevo ancora se l’esperienza della lettura digitale mi sarebbe piaciuta, e quanto. Quindi anche se mi tentava moltissimo il Sony PRS-650 Touch Edition, il suo costo elevato non mi convinceva.
L’altro parametro fondamentale è stato la tecnologia dello schermo e mi sono orientata subito sugli ereader che utilizzano l’e-ink Pearl, l’inchiostro elettronico attualmente in grado di garantire il contrasto migliore.
Oltre ad avere un ottimo prezzo, 100 euro iva inclusa, e l’e-ink Pearl, il Nook ha anche altre due caratteristiche che mi interessavano: legge nativamente i file epub (formato utilizzato dagli editori italiani) ed è touchscreen.
Per una recensione più dettagliata e più nerd del Nook rimando al già citato eBookReaderItalia.com.

L’ho amato subito, perché è piccolo e comodissimo e si può leggere per ore senza affaticarsi la vista. Il design è molto bello, ha gli angoli smussati e il retro è di un materiale semi morbido, gradevole al tatto.
L’idea di poter portare sempre con me più di un libro e vari articoli di giornale senza trasformare la borsa in valigia mi elettrizzava.
Serve una sola mano per tenere il Nook e cambiare pagina con i tasti, super ergonomici, che sono su entrambi i lati dello schermo, quindi posso finalmente leggere un testo di qualunque lunghezza in tram senza slogarmi un polso e rischiare di franare addosso agli altri passeggeri a ogni frenata un po’ brusca.

E’ un ereader molto semplice, rigorosamente in bianco e nero, che serve quasi esclusivamente per leggere. Ha una connessione wi-fi che funziona ovunque, una tastiera touchscreen con cui si possono prendere appunti e alcune funzioni sociali che permettono di esportare e condividere materiali su Facebook , Twitter e G+.

Non mi dispiace che sia in lingua inglese o che abbia solo un dizionario inglese. Alcune sue pecche sono dovute al fatto che non è stato pensato per essere commercializzato al di fuori degli Stati Uniti. Ad esempio non si può accedere al suo store di riferimento, Barnes&Noble, se non si ha una carta di credito americana e non si possono scaricare ebook da altri store online utilizzando il wi-fi. Purtroppo non si può usare nemmeno LendMe, l’applicazione decisamente più interessante, che permette di prendere libri in prestito da Barnes&Noble a 1 dollaro e poi scambiarli con gli amici che hanno un Nook.

L’unico vero difetto che gli riconosco è l’impossibilità di ingrandire decentemente i file pdf, a differenza dei file epub, che consentono diversi tipi di personalizzazione per essere letti al meglio.
Mentre trovo davvero fantastico il suo segnalibro automatico, che riapre ogni ebook alla pagina giusta anche se se ne leggono tre o quattro in contemporanea o se si riprende un testo a distanza di settimane.

Inutile negarlo, I’m in love with my Nook.

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libri e buoni propositi

So many books, so little time

Sono in uno dei miei classici momenti di bulimia libresca, in cui ho già tre libri iniziati (e una graphic novel in co-lettura con il mio habibi) e un libro da meditazione a decantare sul comodino, ma qualsiasi input mi fa venire voglia di iniziarne un altro e poi un altro e un altro.
Quindi per non cedere a nessuna tentazione, almeno non prima di aver espiato tutto Middlemarch in inglese, provo a fare una lista dei libri che vorrei assolutamente leggere nel 2012. O almeno nei prossimi mesi.

- 1984 di George Orwell, che è un autore con cui non è mai scoppiata la scintilla. Però questo è il romanzo distopico per eccellenza (Wikipedia dixit), che ha ispirato poi tantissimi altri artisti, tra cui Haruki Murakami…

- 1Q84 di Haruki Murakami appunto. Per atto di fede nei confronti dell’autore. Ho però scoperto che Einaudi ha attualmente reso disponibili solo le prime due parti del romanzo sebbene in Giappone siano state pubblicate tutte e tre e in altri paesi le abbiano tradotte insieme in un unico volume. La strategia editoriale di Einaudi mi infastidisce parecchio, quindi potrei aspettare, in attesa che esca anche la terza parte e vedere i rispettivi prezzi. Per le tre parti in un unico volume in Italia potrebbero volerci anni.

-L’uccello che girava le viti del mondo, di Haruki Murakami. Per consolarmi così della mia autoimposta strategia attendista in ripicca con Einaudi.

- Ave Mary di Michela Murgia (in prestito da una mia amica che me lo ha consigliato). Perché voglio riprovarci con Michela, che Accabadora non mi aveva convinto fino in fondo. L’argomento mi stuzzica parecchio e credo che lei lo sappia analizzare con  intuito e competenza.

- Qualcos’altro di Roberto Bolaño. Visto che 2666 è stato un’esperienza talmente fisica che ho bisogno di provare di nuovo qualcosa del genere. Probabilmente I detective selvaggi, perché sto per regalarlo a un amico, quindi so a chi chiederlo in prestito. L’amico in questione è famoso per la sua blacklist di cose prestate e ancora non restituite che tiene d’occhio e aggiorna fervidamente. Correrò il rischio.

- Le anime morte di Nikolaj Gogol’, perché è già caricato sul Nook e mi aspetta. Solo non subito, dopo Middlemarch ho voglia di un tuffo nel presente (o quasi).

- Anna Karenina di Lev Tolstoj. Me lo sono riproposto da più di un anno. L’ho letto a quattordici anni e decisamente non era l’età giusta. Adesso credo che me lo gusterei un sacco. Forse dopo Gogol’ se, come mi capita spesso, avrò bisogno di un altro po’ di Russia del diciannovesimo secolo.

- Grandi speranze di Charles Dickens. Ebook a 1 euro e 49, un bell’incentivo, no? Altro autore con cui la scintilla non è mai scoppiata, altro romanzo cruciale. Conto sull’effetto nostalgia per l’Inghilterra del diciannovesimo secolo a mesi di distanza da Middlemarch di George Eliot.

- Un giorno questo dolore ti sarà utile di Peter Cameron. Diffida dei best seller è il mio motto. Ma in fondo non è un best seller anche Guerra e pace? 10 e lode a Cameron per aver ripescato questo bellissimo verso di Ovidio. Tutto questo gran paragonarlo al Giovane Holden mi pare più che altro un’arma a doppio taglio, ma sono fiduciosa.

- Signorina Cuori Infranti di Nathanael West. Potrebbe essere la spinta decisiva a riprendere The day of the locust. L’inglese di West è un po’ troppo complesso per me, ma un secondo tentativo è d’obbligo.

- Almeno due libri di autori arabi, perché ho ancora molto da imparare sulla letteratura araba. Li sceglierò con cura in base ai consigli e alle preferenze degli anobiiani arabi e arabofili.

Non so se riuscirò a realizzare tutti questi buoni propositi. Mi so dare sempre ottimi consigli, come diceva Alice (nel Paese delle Meraviglie), ma non sono bravissima a seguirli, e con i libri è facile cambiare idea e strada.

Incoraggiamenti e proposte sono benvenuti.

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democrazia interrotta

Arundhati Roy ha una voce bellissima. Melodiosa e con un bel timbro cristallino. Il suo inglese limpido e le sue parole incisive e toccanti hanno fatto trattenere il fiato a tutto il teatro Comunale di Ferrara, strapieno per l’incontro conclusivo del Festival di Internazionale 2011.
In quell’occasione sono stati letti alcuni brani del suo reportage Walking with the comrades, il racconto delle sue tre settimane di marcia nella foresta di Dandakaranya con i guerriglieri maosti.
Questo reportage è a mio avviso il più bello dei tre saggi che compongono il suo ultimo libro, Broken Republic, edito da Penguin, e che dovrebbe uscire a gennaio in Italia a cura di Guanda.

Durante l’incontro al Teatro Comunale di Ferrara, Arundhati Roy ha spiegato che scrive quando non può più tacere, quando i suoi sentimenti la obbligano a esprimersi. Broken Republic è la prova di questa affermazione. E’ un libro che ha una forte spinta emotiva, un po’ pamphlet, un po’ riflessione, un po’ reportage. Talvolta i concetti si ripetono e le argomentazioni sono un po’ disorganiche, ma comunque forti e documentate.

Scopo principale dei saggi è denunciare con veemenza la guerra che il governo indiano ha intrapreso contro i cosiddetti adivasi, gli “abitanti originari”. Ovvero i popoli tribali indiani, coloro che non discendono dalle tribù indoariane che diedero vita alla civiltà vedica e al sistema sociale delle caste tuttora presente in India.

Gli adivasi sono particolarmente numerosi in stati come Orissa, Chhattisgarh, Jharkhand e Andra Pradesh, territori ricchi di risorse minerarie – carbone, bauxite e minerali metallici – che il governo indiano e molte multinazionali vorrebbero sfruttare intensivamente.
Per disporre di queste risorse è necessario creare miniere, impianti industriali e dighe, e per farlo si attua brutalmente l’espulsione di quanti vivono sui terreni interessati da questa industrializzazione. Distruggendo villaggi e commettendo violenze contro gli abitanti che vengono privati di qualsiasi mezzo di sostentamento. Distruggendo anche la cultura di queste popolazioni, che venerano la Natura e che sono vissute per centinaia di anni in totale armonia con il proprio habitat.

Anziché studiare e preservare l’ecosostenibilità della vita degli adivasi, scrive Roy, li si aggredisce con un’industrializzazione intensiva che contribuirà ad accrescere il livello di inquinamento mondiale e a distruggere le risorse naturali dell’India e del pianeta.
Inoltre l’esproprio di terreni e l’allontanamento delle persone dai luoghi in cui hanno sempre vissuto crea un imponente fenomeno di profughi interni, che vanno ad aumentare il numero dei disperati nullatenenti che vivono per la strada nelle grandi città.

Non è del benessere dei propri cittadini che si occupa dunque la “Repubblica spezzata” d’India, ma del benessere del proprio apparato burocratico e degli interessi delle grandi multinazionali e della finanza mondiale.

La disparità di forze nella lotta tra lo Stato e l’esercito maoista, che difende i diritti degli adivasi e il loro territorio e combatte per la realizzazione di un diverso sistema economico e sociale,  tocca profondamente il cuore dell’autrice e del lettore. Si tratta di una vera e propria guerra, con morti da entrambe le parti, ma il reportage trasmette al lettore un profondo rispetto per un esercito che ha l’impronta ecologica più gandhiana che si possa immaginare, e che è in prevalenza composto da giovani che scelgono consapevolmente una vita di clandestinità, di rischi e di sacrifici, per resistere a un’enorme ingiustizia e per difendere quei valori che un governo democratico avrebbe il dovere di difendere, ma che sacrifica in nome dei profitti di pochi, in India come in Europa o negli Usa.

Un aneddoto ha pungolato la mia coscienza di occidentale, cresciuta nei folli anni ’80.
Un poliziotto incontrato in un villaggio spiega ad Arundhati Roy che secondo lui il modo migliore e più semplice per combattere il maoismo e gli adivasi sarebbe quello di portare nei villaggi la televisione. Instillando così in quelle persone semplici, ma ricche di una cultura ancestrale, il desiderio di comprare e consumare, che cambierebbe per sempre e radicalmente le loro coscienze.

A. Roy, Broken Republic, 224 p., ebook 12.99 euro

L’impegno e la militanza di Arundhati Roy non lasciano indifferenti. Segnalo questi due articoli su di lei di due quotidiani inglesi: The Independent e The Guardian

Qui si può leggere interamente in inglese Walking with the comrades.

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Midnight in Paris

Owen Wilson in una scena di Midnight in Paris

La prima volta che sono stata a Parigi sognavo che da un momento all’altro mi capitasse un’avventura simile a quella di Owen Wilson in “Midnight in Paris”. Ovviamente ero un’adolescente romantica, con una passione divorante per la letteratura e per il passato, che si sarebbe sentita davvero a suo agio in un negozio nostalgia formato città.
Per questo ho adorato l’ultimo film di Woody Allen, che mi ha riconciliato con le speranze all’epoca disattese dalla Ville Lumière.
“Midnight in Paris” gioca con il fervido clima culturale dei Ruggenti anni ’20, quando un quadro di Matisse costava solo 500 dollari, le hit del momento avevano la firma di Cole Porter e le nuove mode venivano lanciate da Coco Chanel.

Il protagonista Gil / Owen Wilson è il classico personaggio alleniano di un americano innamorato di Parigi e della cultura europea, così significativa per gli artisti americani della “Lost Generation”, e assolutamente a disagio e in conflitto con i personaggi che ritraggono gli americani “autentici”, diffidenti verso le stranezze e le romanticherie attribuite agli europei.
Purtroppo il doppiaggio italiano accentua fortemente l’identificazione di Wilson con Allen, con un banale effetto caricatura. Mentre trovo che il tratto migliore della recitazione di Wilson sia proprio lo stupore da bambino con cui Gil si ritrova a vivere nel mondo dei suoi sogni, piuttosto lontano dall’ironia disincantata tipica di Allen.
Visivamente il film è giocato sui due registri della Parigi diurna e notturna, entrambe illuminate da una luce morbida e calda con una forte dominante gialla, che sicuramente si accorda meglio con le magiche scene notturne, che io aspettavo con impazienza.
L’accuratezza dei costumi e del trucco è una piacevole sfida per lo spettatore.

Questo gioco raffinato e brillante non è però fine a se stesso. Con leggerezza e sense of humor Woody Allen ci ricorda che il nostro tempo deve essere il presente e che le fantasie (come il cinema) e le nostalgie per le epoche d’oro non possono prendere il sopravvento sulla nostra vita, anche quando quello che abbiamo non ci soddisfa.

Non potevo non parlare di un film in cui appare come personaggio il nume tutelare di questo blog, Gertrude Stein, citata nella foto della testata, che proprio al suo amico Ernest Hemingway disse: Remarks are not literature.

Le osservazioni non sono letteratura, e non lo sono nemmeno i post di un blog!

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Bahia, terra della felicità

Largo do Pelourinho

Bahia è l’odore dell’olio di dendé in cui si friggono gli acarajé e con cui si prepara la moqueca.
Bahia è un lungomare infinito bordato di palme e un oceano spumoso sfidato dai surfisti.
Bahia è il lastricato di ciottoli neri su cui si inciampa regolarmente se non si ha avuto l’accortezza di offrire una cachaça a Exu.

Bahia è la città del cuore di Jorge Amado, protagonista di alcuni dei suoi romanzi tanto quanto i personaggi che li animano.
Solo in una città magica e sensuale come Bahia la bella dona Flor avrebbe potuto incontrare e amare i suoi due mariti.
Solo in una città selvatica e dura come Bahia avrebbero potuto vivere i Capitani della spiaggia.

Ma per capirla davvero bisogna cercare le guide giuste.

Una è sicuramente Jorge Amado, che oltre ai suoi romanzi vividi e appassionanti ha scritto negli anni Quaranta, e poi rivisto negli anni Settanta, una straordinaria e inusuale guida turistica della città: Bahia, edita in Italia da Garzanti.

Se sei solo una turista avida di nuovi paesaggi, di nuove avventure per rianimare un cuore logorato dalle emozioni, viaggiatrice di povere avventure ricche, in tal caso non avrai bisogno di me come guida. Ma se vuoi vedere tutto, se sei ansiosa di apprendere e migliorare, se vuoi realmente conoscere Bahia, allora vieni con me, ti mostrerò le strade e i misteri della città di Salvador, e te ne andrai di qua con la certezza che questo mondo è ingiusto e che ha bisogno di essere riformato e migliorato. Perché non è giusto che tanta miseria sia racchiusa in tanta bellezza. [...] Vieni, Bahia ti aspetta. E’ una festa, ed è anche un funerale.

Lungomare di Bahia

Bahia non è una città facile, le sue bellezze architettoniche si disfano nel caldo umido dei tropici, nonostante il fervore di restauri di facciate di edifici coloniali e di chiese. La sua bellezza naturale e la sua naturale gioia sono abbruttite dalle ingiustizie sociali, ma resistono prepotenti. E la saudade è ineluttabile.

Rua Chile non è più la strada dello shopping elegante e della crema della città seduta ai tavolini dei caffè, ma gli atabaques suonano ancora nella notte baiana e quel suono primordiale e misterioso non turba il sonno di chi li sente ma lo conforta.

Oltre a raccontare l’atmosfera della città, vie e vicoli, chiese e quartieri popolari, cittadini indimenticabili e paesaggi, Amado dedica una parte della sua guida al candomblè, una delle radici culturali baiane.
Presenta e descrive gli Orixàs, parla delle mãe de santo che ha conosciuto e frequentato e del suo ruolo nel terreiro.
Le belle illustrazioni di Carybé di cui è corredata questa parte del libro mostrano le sembianze degli Orixàs e quindi le vesti che indossano i figli di santo quando cadono in trance e vengono posseduti.

Fitas do Senhor do Bonfim

Racconta le feste, talvolta sincretizzate con festività cattoliche, tra cui il “lavaggio” della chiesa di Nostro Signore do Bonfim, il Cristo miracoloso che protegge la città, e che è anche Oxalà, il più potente degli Orixàs.
Oppure la festa di Yemanjà con le offerte di stoffe, nastri, gioielli, pettini e specchi alla vanitosa divinità marina, perché la madre e sposa di tutta la gente di mare non metta i suoi occhi di naufragio sui pescatori, non li scelga come suoi amanti e li porti via per le sue feste d’amore tra le onde.

Anche le parole e la musica di João Gilberto e Vinicius de Moraes, interpretate da Caetano Veloso, Gilberto Gil o Toquinho, sono delle ottime guide alla città e alla sua atmosfera.

Casa Encantada

Ma se si preferisce avere delle guide da abbracciare alla fine della vacanza, si possono contattare Loris e Maria, responsabili di Casa Encantada e di uno stimolante progetto di turismo responsabile, che è un’avventura davvero molto molto ricca.

J. Amado, Bahia, Garzanti, 310 p., 18.60 euro

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un appassionante romanzo filippino

A prima vista sembrerebbe un noir.
All’inizio c’è il viaggio aereo di una bara da Jeddah, Arabia Saudita, verso Manila, Filippine, paese d’origine della defunta nel feretro.
Si capisce subito che è molto di più.

Il romanzo Soledad, a cui la casa editrice italiana Isbn ha conferito l’accattivante sottotitolo Rocambolesco romanzo filippino, gioca con alcune regole del genere mystery per poi disattenderle tutte, senza per questo scontentare il lettore.
C’è un poliziotto, Walter Zamora, un bel personaggio di duro gentile, con una vita privata disatrosa e un importante caso irrisolto alle spalle che ha influito pesantemente sulla sua carriera e sul suo matrimonio.
C’è il cadavere nella bara, appunto. E c’è anche uno scambio di persone e di vite.

Ma tutto ciò è solo il pretesto per Jose Dalisay, pluripremiato autore filippino, per raccontare il suo Paese e l’importante fenomeno di emigrazione che lo caratterizza.
La Soledad che dà il titolo al romanzo infatti è emigrata per fare la domestica, prima a Taiwan e poi a Jeddah. Destino comune a molte donne, che si ritrovano poi a raccontarsi agghiaccianti storie di datori di lavoro violenti e di domestiche impazzite o finite male, nelle piazze di tante città del mondo durante i propri giorni liberi.

Spesso le condizioni di lavoro sono disumane, soprattutto in Arabia Saudita o negli Emirati Arabi dove ai lavoratori stranieri viene ritirato il passaporto e dove ci si trova spesso privi di diritti e reclusi nel luogo di lavoro, soprattutto le donne.
Eppure il sogno di tanti filippini è partire, attraversare il mare che circonda le loro isole e trovare fortuna e opportunità di un avvenire prospero altrove. Anche se tanti compatrioti tornano a casa dentro una bara.

Ma nel libro si parla molto anche di chi sceglie di restare, e dal racconto della vita quotidiana di Dalisay si riesce perfettamente a capire qualcosa di più sulle Filippine.
Su chi si arrangia e vive di illegalità, su chi svolge i lavori più umili, sulla prostituzione nei locali notturni, spesso a beneficio di ricchi lavoratori stranieri che portano capitali e know how nel Paese, sulla semplicità della gente che si perde dietro a desideri consumistici ancora alla portata di pochi, sulla caotica e vivace Manila lavata dalle piogge tropicali.
Molti personaggi intrecciano le loro piccole storie alla trama principale. E Dalisay è davvero bravo a caratterizzarli tutti e a mantenere solido l’impianto della narrazione, che alterna spesso presente e passato e scorre in mille rivoli diversi.

Non dico di più perché il romanzo è ricco di colpi di scena ed è un piacere scoprirli uno dopo l’altro. Ma lo consiglio davvero per la piacevolezza con cui si legge, per la qualità della scrittura, per la capacità di raccontare una società da noi poco conosciuta e per il modo in cui è trattato il tema dell’emigrazione.

J. Dalisay, Soledad. Rocambolesco romanzo filippino, Isbn, 196 p., ebook 4.99 euro

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immenso 2666

I quattro abitanti del Messico

Leggere 2666 di Roberto Bolaño è come prendersi l’influenza: passare dalle poche linee di febbre iniziali al febbrone che fa sudare, fa dolere le ossa e confonde il cervello.
Oppure è come prendersi una sbronza con la tequila, sentire all’inizio solo il suo sapore sapido che gratta la gola e ritrovarsi dopo qualche bicchiere con la mente leggera e le gambe molli.
E’ anche una sbronza triste o angosciante, o un corpo a corpo con il vivere e il suo male.

Cinque romanzi compongono questo super romanzo, nato per essere cinque parti di una storia e poi (e a me non è dispiaciuto) divenuto una storia in cinque parti e in un unico volume.
Non c’è una continuità evidente tra i romanzi, ma l’opera è attraversata da tematiche importanti e ricorrenti, dal riapparire di alcuni personaggi e da intrecci di microstorie.
Ogni romanzo comunque ha protagonisti diversi e una trama coerente in se stessa, anche se nessuno ha una conclusione netta, neppure l’ultimo.

2666 è un’opera mondo, ambientata nella sua totalità in molti paesi diversi e che copre un arco temporale che va dal 1918 al 1999, quasi tutto il Novecento.
E forse per questo allude nel titolo al secolo ventunesimo e al famigerato e diabolico 666. Come se gli orrori del secolo scorso: guerre mondiali, Shoah, alienazione miseria e sfruttamento generati dal sistema economico e sociale ancora vigente, siano il preludio all’apocalisse futura.

L’arte è uno dei temi fondamentali del libro, così come la cultura, il conoscere ciò che ci circonda e l’amore per il sapere, tutti aspetti positivi e salvifici – ma non indolori – dello stare al mondo, che si incarnano in moltissimi personaggi. Il misterioso scrittore Benno von Arcimboldi, alla ricerca del quale si dedicano i quattro accademici europei protagonisti del primo romanzo. Il pittore inglese Edwin Johns lacerato dal conflitto tra arte, profitto e follia. Il filosofo Oscar Amalfitano e la sua folle moglie Lola persa dietro un sogno di amore e poesia. Il giornalista afroamericano Oscar Fate e il giornalista messicano Sergio Gonzalez Rodriguez che amano il proprio lavoro e si ritrovano a stretto contatto con la violenza e l’orrore più puri. Il giovane e idealista intellettuale ucraino Boris Ansky ispirazione per la vita del soldato Hans Reiter. L’editore Jacob Bubis che difende la letteratura e custodisce i buoni libri.
Ma a questi personaggi si contrappongono anche amare riflessioni sul rapporto tra arte e potere, tema caro a Bolaño, scrittore cileno testimone del golpe di Pinochet e vissuto per molti anni in Messico, paese di cui racconta la corruzione e l’ipocrisia della classe dirigente.

Gli ultimi due romanzi sono, a mio avviso, il cuore dell’opera.
Il quinto, La parte di Arcimboldi, è un originale Bildungsroman in cui confluiscono anche la storia più oscura del Novecento europeo, ovvero l’efficiente sterminio degli ebrei, e la dissoluzione dell’utopia socialista nel regime sovietico.
Il quarto, La parte dei delitti, è tra tutti il romanzo più interessante per tecnica letteraria e il più dolorosamente crudele.
E’ la storia completamente inventata, ma che riecheggia un’altra storia atrocemente vera, di una serie di delitti raccapricianti che rendono la città messicana di Santa Teresa “un’oasi di orrore in un deserto di noia”, secondo un’espressione di Charles Baudelaire scelta da Bolaño come epigrafe del suo romanzo di romanzi.

La storia vera è quella di Ciudad Juárez, nel nord del Messico, al confine con il Texas, città violentissima a causa del narcotraffico, che dal 1993 ha conosciuto un’ondata di violenze e delitti nei confronti di giovani donne, per descrivere la quale è stato opportunamente impiegato il termine feminicidio.
Usando il linguaggio burocratico delle indagini di polizia e dei referti del medico legale Bolaño narra una sequela interminabile di delitti, immaginando nome e vita delle vittime e fornendo il resoconto delle indagini su uno o più presunti serial killer di giovani donne. E nel farlo racconta anche la mentalità maschilista che conduce al feminicidio (esemplificata in due agghiaccianti pagine di barzellette contro le donne), la corruzione del sistema politico e giudiziario e della polizia, gli accordi tra narcotrafficanti e istituzioni.

Non si può non rimanere ammirati davanti alla vastità di 2666, alla ingegnosità di tutte le sue storie, alla capacità di Bolaño di tratteggiare personaggi diversissimi tra loro e mai banali, alla quantità di idee e fatti che compongono i romanzi, alla complessa descrizione delle molteplici forme del male nel mondo. Questa summa di storia, cultura e narrativa non è certo facile e non sempre è avvincente ma merita di essere considerata una pietra miliare della storia della letteratura.

R. Bolaño, 2666, Adelphi, 963 p., 23 euro

Un’interessante analisi di 2666 e soprattutto il racconto della genesi di La parte dei delitti si trova qui.

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Dal cielo

Se in te mi esprime il risveglio
se io tutto
avvampo e sono mente,
io tuo seno, realtà:
brevi figure tra cui svolse
il suo debole senso la mia vita,
lieto e aspro rifugio
che l’alba senza affanni e il sole
già sommuove di pura meraviglia,
ecco il dono e l’azzurro
usciti in forza dalla morte,
ecco supero il corpo
mio impoverito e il respiro,
e tutto da te riconosco,
cielo, felicità di fibre miti
di felci e brine,
conclusiva diafana ebrietà,
intransigente e fulgida
causa che stai nel vero.

Dal cielo è questa penombra
dove senza termine è la fede
anche dell’insetto che procede
dalla foglia invernale alla stella
che ardendo gocciò nella valle,
dal cielo è questo scrigno di paesi
dormenti tra le presenze oscure
e feconde dei monti,
dal cielo è l’ordine tenace e leggero
delle viti sui colli
dov’io tacqui e sorrisi,
dal cielo è la strada
che già mi balza dalle mani
verso il lavoro e la ventura
mentre turge la fiamma dentro il vetro
e di tintinni brulicano i boschi.

Da te azzurra remota corona,
assedio e sostegno,
è la mia noncuranza
ed il grido onde volgo
le ormai facili spalle,
da te s’irradia la mia pace
al di là delle ortiche
insonni, dei bronchi in agguato,
e se m’adagio e ascolto
il sussurro di sagra che fa nostro l’inverno
se porgo orecchio alla lusinga
bisbigliata dai gerani
già oltre il ghiaccio di gennaio,
dal cielo io dico ogni mio moto
ogni verde d’atti scintillanti
ogni luce d’atti incerti e immaturi
per pienezza d’amore,
e in amore già accolte le colline
io sempre rinascendo
insieme riconduco al cielo.

Mani, lingua, respiro,
dal cielo è questo mio conoscervi,
dal cielo vita immemore
ti componi al tuo sguardo e il tuo sguardo
dal cielo si compone.
E in volto di mattino si riannuncia
a sé quanto da sé fu oppresso:
vedere, udire, ancora
a me nuovi ritornano?
E questo io posso donde
la faglia senza fondo mi divelse
e, fatto sangue, nelle congiunture
nuove che il mondo affermano,
viventi sensi, muovere a me stesso?
Riproposte realtà
qui dal vuoto che smuore
vi attendo perchè io sia. Dal cielo
è la pietà che il mondo fa consistere.

A. Zanzotto, Poesie (1938-1986), Mondadori, 312 p., 6.80 euro

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santa Tieta del sertão

A cavra

Una donna bella e ricca che ha fatto fortuna in una grande città torna nel paesino natale dal quale era stata cacciata venticinque anni prima, e il suo ritorno quasi miracoloso porta scompiglio e novità.
Lei è Tieta, una delle donne di Jorge Amado, autore che ha il merito di disegnare personaggi femminili così vivi che non si riesce proprio a credere che non siano fatti di carne e sangue.

Tieta è una donna capra, pastora nel sertão di Agreste e capretta in calore sulle dune bianche della spiaggia di Mangue Seco, al confine tra lo stato di Bahia e quello di Sergipe. Il vecchio Zé Esteves, suo padre, caprone cocciuto quanto lei e sempre armato di un pesante bastone, l’aveva cacciata per le sue avventure con uomini del posto e di passaggio.

Poi dopo molti anni Tieta aveva iniziato a mandare un regolare e consistente aiuto economico ai suoi famigliari: al padre e alla sua seconda moglie, alla sorella Perpetua, beghina ipocrita, e alla sorellastra Elisa, troppo bella per il minuscolo paese di Agreste – posto buono per aspettarci la morte -, che sogna la sfavillante vita dei divi dello spettacolo.
Sposata con un imprenditore commendatore del papa, figlia modello, aiuto e consolazione dei suoi famigliari, Tieta sembra essere diventata una santa. E quando riappare al paese natio in carne e ossa, insieme alla sua elegante figliastra, cercando di rendere il più possibile felici gli altri con i suoi ampi mezzi, poco ci manca che la cittadinanza le eriga una statua in chiesa accanto alla patrona Sant’Anna. L’idillio però non dura molto.

Vita e miracoli di Tieta d’Agreste è un romanzo sicuramente più amaro e riflessivo rispetto a Dona Flor e i suoi due mariti, a Teresa Batista stanca di guerra o a Gabriella garofano e cannella.
E’ anche un romanzo molto corale, in cui ciascun personaggio racconta un mondo e un modo di pensare, ha una storia e un carattere definiti.
Lo stesso Amado lo definisce un feuilleton, e da quel genere letterario prende in prestito con molto humor alcuni topoi narrativi, lo stile appassionante e la lunghezza, che sono del resto «qualità intrinseche in un buon romanzetto».

E’ il 1965 e il Brasile, come tutto il resto del mondo, è in fermento. Lo sviluppo industriale è insieme tentazione e minaccia e il progresso sociale tarda ad arrivare nella sonnacchiosa Agreste, nonostante l’apparizione di comunità di hippy attratti dalle spiagge baiane.
Una potente multinazionale vorrebbe impiantare una fabbrica per la produzione del biossido di titanio sulla spiaggia di Mangue Seco. L’alto tasso di inquinamento prodotto distruggerebbe irrimediabilmente la natura incontaminata del luogo e stravolgerebbe vita e abitudini degli abitanti, da sempre pescatori e contrabbandieri. Alcuni, come il giovane e ingenuo amministratore comunale Ascanio Trinidade, vedono nella fabbrica una prospettiva di ascesa sociale e di miglioramento delle condizioni di vita. Molti altri ritengono che questo tipo di progresso serva solo a uccidere l’ambiente e gli uomini che lo abitano.

Nonostante siano passati più di trent’anni dalla pubblicazione del romanzo di Amado, l’argomento resta di grande attualità, soprattutto per i paesi in via di sviluppo e con grandi risorse naturali.
Attuali e dolorosamente godibili i paragrafi che raccontano dei processi decisionali all’interno della multinazionale e il sistema di corruzione, a qualsiasi livello, che mette in atto per raggiungere i propri scopi, servendosi della buona fede o delle debolezze delle persone.

Tristemente divertenti l’ipocrisia, l’avidità e il moralismo dei paesani, raccontati con arguzia da Amado che dialoga apertamente con il lettore e con un severo ipotetico collega scrittore, Fulvio D’Alembert, che gli rimprovera le cadute di stile e la mancanza di moralità. Si difende Amado chiamando in causa, come sempre, la pigrizia e la sensualità del popolo di Bahia a cui appartiene. Un popolo di puri mulatti, allegri e scanzonati che amano i piaceri dell’esistenza. Un popolo che ha dato vita a personaggi divertenti e veri come l’indomita Tieta, la pettegola di buon cuore Carmosina, la tenera puttana Zuleika Cinderela, la banda del biliardo, il vecchio poeta Barbozinha.

E personaggi diventano – e non per la prima volta – anche alcuni cari amici di Amado, membri dell’intelligencija baiana dell’epoca: il giornalista Giovanni Guimarães autore di un infuocato editoriale contro il biossido di titanio, il pittore Carybé colto a imbrogliare un povero curato di campagna per accaparrarsi una pregiata statua antica e l’incisore Calasans Neto, illustratore dei poemi del Barbozinha, come lo era in realtà delle opere di Amado.

Nel divertente ma un po’ amaro tourbillon finale del romanzo,  Tieta dimostra una volta di più la sua forza e la sua libertà incoercibili. E anche se per Amado questa favola non ha morale, un motto del poeta Barbozinha può far sempre comdo al lettore: d’amore si vive, non si muore.

J. Amado, Vita e miracoli di Tieta d’Agreste, Garzanti, 616 p., 10.90 euro

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il meraviglioso mondo di Alice

In thoughts of you

Molto tempo fa, per puro caso, ho comprato un libro di racconti di Alice Munro in lingua originale, con  il  solo scopo di leggere qualcosa in inglese.

Ora, complici il trasloco che ha fatto riemergere libri scomparsi e la politica di austerity domestica che mi ha vietato dei raptus di spese folli in libreria, ho deciso di leggerli.

A quanto pare capita spesso di scoprire Alice Munro per caso, anche a coloro che sono di madrelingua inglese, come racconta Margaret Atwood in questo articolo per il “Guardian”. E tutti ne rimangono folgorati, chiedendosi il perché di una scoperta casuale per un’autrice così grande, vincitrice di un Booker prize e abituale contributor del “New Yorker”.

Forse perché è una donna, ormai di una certa età, forse perché è canadese, forse perché scrive racconti e non romanzi.

Eppure i racconti che compongono Open secrets (in italiano Segreti svelati, Einaudi) sono piccole grandi storie avvincenti, costruite con un ritmo più simile a quello di una composizione musicale o a un montaggio cinematografico che a un testo scritto.
Come un tema musicale sviluppano fraseggi che si alternano o si ripetono, impetuosi crescendo e soavi pianissimo. Come in un montaggio cinematografico il tempo è scandito dal susseguirsi delle inquadrature, i campi lunghi che descrivono i luoghi e raccontano piccole storie, i piani americani in cui si muovono i personaggi e i close up sui dettagli che illuminano il senso generale.

Protagoniste assolute di questi otto racconti, come di tutta l’opera di Alice Munro, sono le donne. Diverse per età, condizione sociale, esperienze e stile di vita, ma sempre caratterizzate vividamente, con un linguaggio semplice, quasi minimalista, illuminato a tratti da humor e arguzia. Le brillanti metafore e le osservazioni che costellano i testi dimostrano la profonda capacità di osservazione e di analisi del mondo femminile dell’autrice.  Ad esempio, la libraia del racconto La vergine albanese descrive così la sua attesa frustrata di clienti nel suo nuovo negozio:

Ora aspettavo, e mi sentivo come qualcuno che si fosse vestito con esagerata ricercatezza per una festa, magari anche riscattando gioielli dati in pegno o andandoli a recuperare dalla tomba di famiglia, solo per scoprire che si trattava di una partita a carte dal vicino di casa. Che era solo polpettone e puré di patate in cucina, e un bicchiere di vino rosato frizzante.

Humor vezzoso celato anche nel titolo, poiché il lettore scopre immediatamente che nessun segreto sarà mai davvero svelato e che proprio in questo sta il bello del libro.

In cucine lontane centinaia di migliaia di chilometri, [Maureen] guarderà formarsi una sottile pellicola sul dorso di un cucchiaio di legno e la sua memoria avrà un guizzo, ma non le rivelerà del tutto il momento in cui le è parso di  osservare un segreto svelato, niente di impressionante fino a quando non pensi di provare a raccontarlo.

Così si conclude il racconto che dà il titolo alla raccolta, alludendo a tutti i segreti, piccoli o grandi, in cui ci imbattiamo nella nostra vita, che non sempre ci si riveleranno e di cui a volte ci appare solo un piccolo barlume di comprensione.

Per Alice Munro le piccole illuminazioni, i gesti inconsci o casuali e i fatti microscopici influenzano le vite dei personaggi tanto quanto i grandi eventi dirompenti e le svolte imprevedibili. Il romanzesco è ovunque e in chiunque, così come l’assoluta normalità. Perché: «le vite delle persone sono [...] monotone, semplici, straordinarie e impenetrabili – grotte profonde con un pavimento di linoleum da cucina».

A. Munro, Open secrets, Vintage Books, 294 p., 7.99 pound

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grazie Mario

Questa notte Mario Monicelli è volato via.

Negli ultimi anni ero rimasta molto colpita dalle sue parole, dalla sua lucidità di novantenne e dal suo modo di essere fiero e indomito. Come José Saramago, anche Mario Monicelli non aveva permesso che la vecchiaia e la malattia affievolissero la sua voce, il suo spirito critico e la sua partecipazione alla vita civile del Paese.

Trascrivo, per continuare a ricordarlo, il  giudizio che aveva espresso in un’intervista per la trasmissione “Raiperunanotte”sugli italiani e sulla storia d’Italia.

E’ un giudizio spietato e molto veritiero, pessimista forse, ma basato sul principio che chi s’accontenta non cambia il mondo, e si lascia invece cambiare dalle ingiustizie del mondo.

Questi sono gli anni dei marchesi del Grillo, della prepotenza di «Io so’ io, e voi non siete un cazzo». Chissà se prima o poi, nonostante la paura e la vigliaccheria, torneremo a dimostrare la dignità di Oreste Jacovacci e Giovanni Busacca, i tragicomici e spiantati soldati di “La Grande Guerra”.

Eravamo tutti contenti perchè c’era uno che guidava lui, pensava lui: «Mussolini ha sempre ragione, lasciamolo lavorare». Tutti stavano boni e zitti e lo applaudivano.[...]

Gli italiani sono fatti così, vogliono che qualcuno pensi per loro, e poi se va bene, va bene, e se va male lo impiccano a testa sotto. Questo è l’italiano.

Gassman e Sordi ne “La Grande Guerra”? Avevano una loro spinta personale, un orgoglio, una dignità della persona che noi abbiamo perso, completamente. Ormai nessuno si dimette, siamo tutti pronti a chinare il capo, pur di mantenere il posto, di guadagnare; a sopraffarci, a intrallazzare. Uno la prima cosa che fa è mettersi d’accordo con un altro per superare le difficoltà, non c’è nessuna dignità, da nessuna parte. E’ proprio la generazione che è corrotta, che è malata, che va spazzata via. Non so da che cosa, non so da chi.

La speranza è una trappola, è una brutta parola, non si deve usare. La speranza è una trappola inventata dai padroni. La speranza è di quelli che ti dicono «State buoni, state zitti, pregate, che avrete il vostro riscatto, la vostra ricompensa nell’aldilà, perciò state buoni, tornate a casa. Sì, siete dei precari, ma tanto tra due o tre mesi vi riassumiamo ancora, vi ridaremo il posto, sì sì, state buoni». Vanno a casa e stanno tutti buoni. «Abbiate speranza». Mai avere la speranza, la speranza è una trappola. E’ una cosa infame, inventata da chi comanda.

Io spero che la storia finisca con quello che non c’è mai stato in Italia, una bella rivoluzione. C’è stata in Inghilterra, c’è stata in Francia, c’è stata in Russia, c’è stata in Germania, dappertutto, meno che in Italia.
Quindi ci vuole qualcosa che riscatti veramente questo popolo che è sempre stato sottoposto, che è trecento anni che è schiavo di tutti.
E se vuole riscattarsi, il riscatto non è una cosa semplice, è doloroso, esige anche dei sacrifici.
Se no vada alla malora, come sta andando ormai da tre generazioni.

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una giornata con Dostoevskij

Dodici ore in compagnia di Fëdor Dostoevskij, o per meglio dire, in compagnia dei suoi demòni. Ventisei attori in scena per nove ore senza che la tensione del racconto si allenti un attimo, nonostante le sei pause per il pubblico.
Il regista Peter Stein, che compare per primo, spiega di aver avuto l’ambizione di rappresentare “I demoni” nel modo più fedele possibile al testo di Dostoevskij, rendendo quasi superflua la lettura del libro, ma di aver capito poi che lo spettacolo teatrale sarebbe diventato inevitabilmente un invito a leggere o a  rileggere il romanzo.

Avevo già notato che la riduzione teatrale di un’opera letteraria ha il pregio, rispetto alla trasposizione cinematografica, di essere una sorta di passepartout per la comprensione del testo.
Forse perché, come scrive Giovanni Testori nel saggio Il ventre del teatro, «la parola è lo strumento del rito teatrale», poiché il vero teatro «non è quello scenico, ma quello verbale» fondato sulla «qualità carnale e motoria della parola».
La scelta drammaturgica di Stein è quella di salvaguardare il più possibile le parole di Dostoevskij, aiutato in questo dalla qualità del testo originale ricchissimo di dialoghi, rispettando in modo eccezionale la struttura e la coerenza interna del romanzo.

Sulla parola più che sulla corporeità si basa anche la performance degli attori (a differenza di quanto sperimentato da Eimuntas Nekrosius nel suo “Idiotas”), che si muovono su una scena piuttosto spoglia, accompagnati da musica eseguita dal vivo con l’esclusivo utilizzo di un pianoforte, usato anche come strumento a percussione.

Spiccano le interpretazioni di Maddalena Crippa ed Elia Schilton, perfetti nei ruoli di Varvara Petrovna e Stepàn Trofimovič, e di Alessandro Averone nel ruolo del diabolico e meschino Pëtr Stepànovič.

Senza sacrificare i discorsi più complessi e filosofici di Dostoevskij: sull’animo russo, la fede, il nichilismo, la lettura di Peter Stein mette in risalto anche l’ironia, lo humor e il grottesco del romanzo, muovendosi con disinvoltura su più registri.

Avevo letto I demoni diversi anni fa, e quello che lo spettacolo teatrale mi ha restituito con più immediatezza del romanzo è anche ciò che più ha incuriosito il regista: la straordinaria capacità di Dostoevskij di intuire il futuro politico della Russia e la grande attualità delle sue riflessioni sull’organizzazione della società.

Nel corso di una riunione politica si discute il futuro sistema di ordinamento del mondo ideato da un certo Šigalëv “dalle lunghe orecchie”, che è incompleto e le cui conclusioni sono in diretta contraddizione con l’idea iniziale, poiché l’autore partendo dal teorizzare la libertà illimitata è giunto al dispotismo illimitato.

Egli propone, come soluzione finale del problema, la divisione dell’umanità in due parti diseguali. Un decimo riceve la libertà personale e un diritto illimitato sugli altri nove decimi. Questi devono perdere la loro personalità e trasformarsi in una sorta di gregge e in completa obbedienza, attraverso una serie di rigenerazioni, raggiungeranno l’innocenza primigenia, una specie di paradiso primordiale, anche se, d’altronde, dovranno lavorare. Le misure proposte dall’autore per giungere a togliere ai nove decimi dell’umanità la volontà e tramutarli in gregge, per mezzo della rieducazione di intere generazioni, sono oltremodo ammirevoli, fondate su dati naturali, estremamente logiche.

C’è lo spionaggio. Ogni membro della Società cura il comportamento dell’altro ed è tenuto a denunciare. Ognuno appartiene a tutti, e tutti appartengono a ciascuno. Tutti sono schiavi, e nella schiavitù tutti sono uguali. [...] Per prima cosa si abbassa il livello dell’educazione, delle scienze e dei talenti. Si può raggiungere un alto livello scientifico e artistico solo con capacità superiori! [...] Gli schiavi devono essere uguali: senza dispotismo non c’è ancora stata né libertà né uguaglianza, ma nel gregge deve esserci uguaglianza. [...] Niente educazione, basta scienza! E senza scienza il materiale basta altri mille anni, ma bisogna adattarsi alla disciplina. Una cosa sola manca al mondo: la disciplina. La sete dell’istruzione è già una sete aristocratica. Non appena spuntano la famiglia e l’amore, subito compare il desiderio di proprietà. Noi stermineremo il desiderio: daremo via libera all’ubriachezza, al pettegolezzo, alla delazione; avvieremo un’inaudita corruzione; soffocheremo ogni genio nella più tenera età. Tutti ridotti a un comun denominatore, assoluta eguaglianza. [...] Ma ci vogliono anche degli spasimi; ce ne occuperemo noi, governanti. Perchè gli schiavi devono avere dei governanti. Piena disciplina, piena assenza di ogni personalità, ma una volta ogni trent’anni Šigalëv ammette degli spasimi; tutti d’un tratto, cominceranno a divorarsi l’un l’altro, fino a un determinato limite, unicamente per allontanare la noia. Giacché la noia è un sentimento aristocratico; nello scigaliovismo non ci saranno desideri. Il desiderio e la sofferenza saranno per noi, per gli schiavi ci sarà lo scigaliovismo.

F. Dostoevskij, I demoni, Bur, 784 p., 8.90 euro

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aspettando Houellebecq

Michel Houellebecq Foto di Mariusz Kubik

Sembra che l’evento letterario della stagione culturale autunno inverno 2010-2011 sia l’uscita del nuovo romanzo di Michel Houellebecq La carte et le territoire, a giudicare dal battage polemico che si è trascinato fin qui d’Oltralpe.

Il sempre controverso autore francese ha trovato un critico illustre nel suo collega Tahar Ben Jelloun che in un articolo pubblicato su “Repubblica” non gli risparmia niente: stigmatizza la sovrabbondanza di marchi (e forse marchette?) presenti nel libro, come se Houellebecq avesse avuto l’intenzione di ammannire ai suoi fedeli lettori dei consigli per gli acquisti, si proclama infastidito per i deliri di egocentrismo dell’autore che nel romanzo diventa personaggio (lo scrittore di successo Michel Houellebecq), per i suoi giudizi tranchants su mostri sacri come Picasso e Le Corbusier e disgustato per le sue chiacchiere inutili sulla condizione umana e sui bordelli tailandesi.

Accipicchia! Non ho letto il libro (ancora) ma tanto livore e tanta mancanza di umorismo mi rattristano un poco.
Anche perchè la letteratura mondiale è piena di scrittori che diventano personaggi, giudizi tranchants su mostri sacri e chiacchiere (più o meno inconcludenti) sulla condizione umana.

Forse, come chiosa divertita Giovanna Zucconi su “La Stampa”, è über-cool potersi vantare di aver letto un romanzo di Houellebecq in anteprima e poi prendersi “la briga e di certo il gusto” di stroncarlo.
Ma la vera “notizia” in tutta questa misera storia è quella data dal sito di informazione Slate.fr che prima si è preoccupato di mostrare come Houellebecq abbia copiato alcune descrizioni presenti in La carte et le territoire da Wikipedia, citando a confronto i passi del libro e i brani tratti dall’enciclopedia online, e poi si è preoccupato di smentire l’accusa di plagio con un articolo che minimizza quanto in precedenza scritto autoriducendosi a cinguettio di Twitter.

Niente da fare, Houellebecq lo si ama o lo si odia. Io sono nella categoria di chi lo ama. Non ho letto tutti i suoi libri perchè preferisco centellinarli (non sono molti d’altronde).

Posso dire di aver trovato Le particelle elementari una consapevole e intelligente rappresentazione del nostro tempo, fortemente segnata dalle fobie, dai dolori, dagli smarrimenti, dagli errori e dalle manie che tutti proviamo in alcuni momenti della nostra vita. Una condanna a riflettere sull’umanità contemporanea senza risparmio, con dei personaggi complessi, in cui non è sempre facile riconoscersi e che è difficile amare, ma per i quali spesso si prova tenerezza e dispiacere.

Di simile parere il bell’articolo sul sito di “Les Inrocks” che vede in La carte et le territoir l’opera della maturità artisica di Houellebecq, un testo «di una densità e una ricchezza impressionanti, (…) visione di un mondo distrutto dall’artificialità, dalla condanna a morte dell’autenticità (il territorio o il paesaggio) per meglio imitare, scimmiottandole, le convenzioni frutto della globalizzazione, dall’avvento del re denaro che tutto uccide al suo passaggio, anche gli scrittori, e il libro stesso è una prova che Michel Houellebecq rifiuta di diventare artificiale a sua volta».

Anche questa volta il caso Houellebecq c’è stato, io attendo il piacere di poter giudicare seriamente il libro.

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gli ultimi giorni di Tolstoj

Lev Tolstoj

Più di 240 pagine sulla morte di Lev Nikolaevič Tolstoj e nemmeno un attimo di noia.
Tolstoj è morto di Vladimir Pozner, pubblicato nel 1935 e ora riscoperto e tradotto da Adelphi, è un piacevolissimo romanzo-documentario.
Come un bravo storico, davvero in grado di “far parlare le carte”, Pozner si serve di eterogeneo materiale d’epoca (in buona parte ancora inedito negli anni ’30) per ricostruire gli ultimi giorni di vita del grande scrittore russo.

L’ossatura del libro è costituita da telegrammi e dispacci, documenti in genere privi di charme, che diventano testimonianze vivide di fatti e sentimenti del tempo grazie all’intelligente selezione che ne fa l’autore, che li completa con spiegazioni perspicaci ed essenziali e li integra con articoli di giornale e stralci di lettere e diari della famiglia Tolstoj.
Lo stile è cinematografico, con un montaggio che non perde mai il ritmo, e la mano sapiente di Pozner sa quando è il caso di attenersi alla semplice narrazione degli eventi e quando indugiare su un filo di fumo, un’espressione corrucciata o smarrita, un pensiero nascosto che qualche svogliata parola o un’azione meccanica riescono a rivelare.

Questi i fatti: il grande vecchio sempre più in rotta con la moglie Sof’ja Andreevna decide di scappare dalla tenuta avita di Jasnaja Poljana insieme alla figlia Aleksandra e al collaboratore Vladimir Chertkov, però si sente male durante un viaggio in treno ed è costretto a fermarsi nella stazione di Astapovo, un minuscolo puntolino sulla carta geografica di tutte le Russie.

Mentre Tolstoj giace nella casetta che il capostazione di Astapovo mette immediatamente a disposizione del Maestro, intorno al suo letto di morte si scatena una sarabanda famigliare, politica e mediatica di ingenti proporzioni.
Una sarabanda scandita dal ticchettio ininterrotto del telegrafo, il più veloce strumento di comunicazione disponibile nel 1910.
I giornalisti che affluiscono rapidamente dai giornali e dalle agenzia di Mosca e San Pietroburgo o dai giornali di ambiziose cittadine di provincia, gli ufficiali incaricati di mantenere l’ordine pubblico, i monaci inviati per strappare al malato un pentimento in articulo mortis, gli stessi famigliari e amici dello scrittore e non pochi sconosciuti accorsi per partecipare all’evento, congestionerenno le linee del telegrafo e spenderanno in pochi giorni una fortuna per raccontare cosa succede nella modesta casa del capostazione di Astapovo.

Con ironia Pozner descrive gli sforzi per garantire la copertura mediatica della morte di Tolstoj, come un vero preludio del moderno star system con tanto di cineoperatore inviato dalla Francia dalla ditta Pathé Frères.
Con sarcasmo mette in risalto l’ottusità delle autorità politiche e l’ipocrisia delle gerarchie ecclesiastiche.
Con affettuosa partecipazione narra il dolore e la commozione delle persone vicine a Tolstoj e della gente comune che, pur non avendo letto i suoi libri, sa che lo scrittore sta dalla parte del popolo e gli rende omaggio con grande amore.

In questo dramma a Sof’ja Andreevna Tolstaja, compagna dello scrittore per quasi cinquant’anni, spetta la parte della moglie bisbetica, causa della fuga di un marito anziano e stanco di liti e discussioni. Un marito che le sarà impedito di rivedere fino alle ultime ore di agonia.

Citando il celeberrimo incipit di Anna Karenina: «Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo» e senza aggiungere sue osservazioni  ai brani di lettere e diari che riporta, Pozner cerca di decifrare la vita matrimoniale dei coniugi Tolstoj. Operazione che ha solleticato molti scrittori.

Io, per solidarietà femminile, cito la lettura di Doris Lessing che ha messo sotto accusa il Maestro, tacciandolo di essere un marito insopportabile.
Senz’altro Pozner cerca di mantenersi imparziale nella guerra tra i due, suggerendo al lettore l’idea che le incomprensioni tra Levocka e Sonja (i diminutivi affettuosi della coppia) fossero inevitabili a causa delle aspettative reciproche, frustrate nel corso degli anni. L’educazione e la cultura di Sof’ja e le sue preoccupazioni per i figli e per le contingenze della vita quotidiana erano davvero inconciliabili con la filosofia di vita che Tolstoj aveva maturato e che cercava non senza fatica e sofferenze di applicare concretamente.

Tolstoj è morto, e dunque viva Tolstoj. E a me non resta che mettermi a cercare in una libreria troppo disordinata l’edizione di Anna Karenina comprata da mia madre quando era ragazza e che io ho letto in troppo giovane età.

V. Pozner, Tolstoj è morto, Adelphi, 274 p., 18 euro

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senza Saramago

José Saramago

Che dolore! Sapevo che il momento sarebbe arrivato prima o poi, e non pensavo che mi avrebbe toccato così tanto.

Agli occhi del mio collega che mi ha vista piangere per la morte di José Saramago  il mio dolore è parso incomprensibile, anche se rispettabile.

Difficile spiegare a un non lettore cosa si prova alla notizia della morte di uno scrittore che con le sue parole ha cambiato la tua vita.
Non solo per le emozioni, gli insegnamenti, le idee su cui riflettere e i mondi interi da abitare che ho trovato nei suoi romanzi. Ma perchè i libri di Saramago, come oggetti e come storie da raccontare hanno intrecciato e intessuto momenti belli e brutti della mia vita, sono stati pegni d’amore o d’amicizia, argomenti di infinite conversazioni, scoperte da condividere con persone vicine e meno vicine.

In una mattina assolata, ormai lontana, raccontare la storia dell’amore di Blimunda e Baltasar a una persona che mi stava per lasciare mi è servito a riconquistarla.
E mi ha commosso oggi scoprire, leggendo il necrologio del “Mundo”, che Memoriale del convento è stato anche l’inizio dell’amore tra Saramago e sua moglie Pilar, per lui indispensabile come l’acqua.

Il Vangelo secondo Gesù Cristo, che ho costretto mio padre a leggere, ha acceso in lui entusiasmo, curiosità e domande che l’hanno accompagnato fino alla fine della sua vita.

E mi piace ascoltare l’uomo che amo quando continua a interrogarsi sulle infinite possibilità inesplorate delle vicende di Cecità e di Saggio sulla lucidità.

Come hanno scritto Umberto Eco e Manuel Rivas, persino lo schizzinosissimo Harold Bloom ha detto di Saramago «il romanziere maggiormente dotato di talento ancora in vita… uno degli ultimi titani di un genere letterario in via di estinzione».
L’ho sempre pensata esattamente come Bloom.
Mi sembra che nel panorama letterario mondiale non ci sia davvero nessuno che affronta interrogativi così fondamentali e vitali per l’umanità usando lo strumento letterario del romanzo con la stessa forza espressiva e la stessa capacità di invenzione.

Forse Saramago è stato l’ultimo erede di Melville e Dostoevskij, di Tolstoj e Cervantes. Di tutti i grandi romanzieri che hanno davvero cambiato il loro tempo per come hanno saputo raccontarlo e definirlo.
Nonostante il riconoscimento del Nobel, spesso ho pensato che Saramago non sia stato ascoltato come avrebbe meritato.
Troppo poveri in spirito la nostra società e il nostro tempo per interrogarsi sul significato di Cecità o de La caverna e su quanto di rivoluzionario possa esserci in Saggio sulla lucidità.

Mi è capitato recentemente di vedere un’intervista di Serena Dandini a José Saramago, fatta in occasione dell’uscita in Italia del suo libro Il Quaderno, e un’affermazione dello scrittore mi ha colpito e rallegrato. “Più vecchio si diventa, più libero si diventa, più radicale si diventa”. Con buona pace di chi pensa che invecchiando si diventi saggi e si scenda a compromessi con la realtà che ci circonda. Saramago è stato un fulgido esempio di come il tempo non riesca a offuscare le idee per le quali si è vissuto e combattuto e di come sia possibile giorno dopo giorno riaffermare la propria libertà individuale.

Senza la sua coscienza critica, la sua voce ferma e la sua bella vecchiaia, più rivoluzionaria di tante giovinezze e così feconda per il lavoro letterario, mi sento oggi un po’ più sola e un po’ più smarrita nell’affrontare questo mondo e questo tempo.

Saramago era nato nel 1922, aveva l’età di mio nonno, ha vissuto praticamente tutto il “Secolo Breve” e ne è stato, sia dal punto di vista politico che da quello letterario, un figlio.
Con lui finisce una certa idea di romanzo che è stata sperimentata nel corso di tutto il Novecento con risultati spesso eccellenti. Spero davvero che la sua eredità venga raccolta nel secolo appena iniziato.

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