libri e buoni propositi

So many books, so little time

Sono in uno dei miei classici momenti di bulimia libresca, in cui ho già tre libri iniziati (e una graphic novel in co-lettura con il mio habibi) e un libro da meditazione a decantare sul comodino, ma qualsiasi input mi fa venire voglia di iniziarne un altro e poi un altro e un altro.
Quindi per non cedere a nessuna tentazione, almeno non prima di aver espiato tutto Middlemarch in inglese, provo a fare una lista dei libri che vorrei assolutamente leggere nel 2012. O almeno nei prossimi mesi.

- 1984 di George Orwell, che è un autore con cui non è mai scoppiata la scintilla. Però questo è il romanzo distopico per eccellenza (Wikipedia dixit), che ha ispirato poi tantissimi altri artisti, tra cui Haruki Murakami…

- 1Q84 di Haruki Murakami appunto. Per atto di fede nei confronti dell’autore. Ho però scoperto che Einaudi ha attualmente reso disponibili solo le prime due parti del romanzo sebbene in Giappone siano state pubblicate tutte e tre e in altri paesi le abbiano tradotte insieme in un unico volume. La strategia editoriale di Einaudi mi infastidisce parecchio, quindi potrei aspettare, in attesa che esca anche la terza parte e vedere i rispettivi prezzi. Per le tre parti in un unico volume in Italia potrebbero volerci anni.

-L’uccello che girava le viti del mondo, di Haruki Murakami. Per consolarmi così della mia autoimposta strategia attendista in ripicca con Einaudi.

- Ave Mary di Michela Murgia (in prestito da una mia amica che me lo ha consigliato). Perché voglio riprovarci con Michela, che Accabadora non mi aveva convinto fino infondo. L’argomento mi stuzzica parecchio e credo che lei lo sappia analizzare con  intuito e competenza.

- Qualcos’altro di Roberto Bolaño. Visto che 2666 è stato un’esperienza talmente fisica che ho bisogno di provare di nuovo qualcosa del genere. Probabilmente I detective selvaggi, perché sto per regalarlo a un amico, quindi so a chi chiederlo in prestito. L’amico in questione è famoso per la sua blacklist di cose prestate e ancora non restituite che tiene d’occhio e aggiorna fervidamente. Correrò il rischio.

- Le anime morte di Nikolaj Gogol’, perché è già caricato sul Nook e mi aspetta. Solo non subito, dopo Middlemarch ho voglia di un tuffo nel presente (o quasi).

- Anna Karenina di Lev Tolstoj. Me lo sono riproposto da più di un anno. L’ho letto a quattordici anni e decisamente non era l’età giusta. Adesso credo che me lo gusterei un sacco. Forse dopo Gogol’ se, come mi capita spesso, avrò bisogno di un altro po’ di Russia del diciannovesimo secolo.

- Grandi speranze di Charles Dickens. Ebook a 1 euro e 49, un bell’incentivo, no? Altro autore con cui la scintilla non è mai scoppiata, altro romanzo cruciale. Conto sull’effetto nostalgia per l’Inghilterra del diciannovesimo secolo a mesi di distanza da Middlemarch di George Eliot.

- Un giorno questo dolore ti sarà utile di Peter Cameron. Diffida dei best seller è il mio motto. Ma infondo non è un best seller anche Guerra e pace? 10 e lode a Cameron per aver ripescato questo bellissimo verso di Ovidio. Tutto questo gran paragonarlo al Giovane Holden mi pare più che altro un’arma a doppio taglio, ma sono fiduciosa.

- Signorina Cuori Infranti di Nathanael West. Potrebbe essere la spinta decisiva a riprendere The day of the locust. L’inglese di West è un po’ troppo complesso per me, ma un secondo tentativo è d’obbligo.

- Almeno due libri di autori arabi, perché ho ancora molto da imparare sulla letteratura araba. Li sceglierò con cura in base ai consigli e alle preferenze degli anobiiani arabi e arabofili.

Non so se riuscirò a realizzare tutti questi buoni propositi. Mi so dare sempre ottimi consigli, come diceva Alice (nel Paese delle Meraviglie), ma non sono bravissima a seguirli, e con i libri è facile cambiare idea e strada.

Incoraggiamenti e proposte sono benvenuti.

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democrazia interrotta

Arundhati Roy ha una voce bellissima. Melodiosa e con un bel timbro cristallino. Il suo inglese limpido e le sue parole incisive e toccanti hanno fatto trattenere il fiato a tutto il teatro Comunale di Ferrara, strapieno per l’incontro conclusivo del Festival di Internazionale 2011.
In quell’occasione sono stati letti alcuni brani del suo reportage Walking with the comrades, il racconto delle sue tre settimane di marcia nella foresta di Dandakaranya con i guerriglieri maosti.
Questo reportage è a mio avviso il più bello dei tre saggi che compongono il suo ultimo libro, Broken Republic, edito da Penguin, e che dovrebbe uscire a gennaio in Italia a cura di Guanda.

Durante l’incontro al Teatro Comunale di Ferrara, Arundhati Roy ha spiegato che scrive quando non può più tacere, quando i suoi sentimenti la obbligano a esprimersi. Broken Republic è la prova di questa affermazione. E’ un libro che ha una forte spinta emotiva, un po’ pamphlet, un po’ riflessione, un po’ reportage. Talvolta i concetti si ripetono e le argomentazioni sono un po’ disorganiche, ma comunque forti e documentate.

Scopo principale dei saggi è denunciare con veemenza la guerra che il governo indiano ha intrapreso contro i cosiddetti adivasi, gli “abitanti originari”. Ovvero i popoli tribali indiani, coloro che non discendono dalle tribù indoariane che diedero vita alla civiltà vedica e al sistema sociale delle caste tuttora presente in India.

Gli adivasi sono particolarmente numerosi in stati come Orissa, Chhattisgarh, Jharkhand e Andra Pradesh, territori ricchi di risorse minerarie – carbone, bauxite e minerali metallici – che il governo indiano e molte multinazionali vorrebbero sfruttare intensivamente.
Per disporre di queste risorse è necessario creare miniere, impianti industriali e dighe, e per farlo si attua brutalmente l’espulsione di quanti vivono sui terreni interessati da questa industrializzazione. Distruggendo villaggi e commettendo violenze contro gli abitanti che vengono privati di qualsiasi mezzo di sostentamento. Distruggendo anche la cultura di queste popolazioni, che venerano la Natura e che sono vissute per centinaia di anni in totale armonia con il proprio habitat.

Anziché studiare e preservare l’ecosostenibilità della vita degli adivasi, scrive Roy, li si aggredisce con un’industrializzazione intensiva che contribuirà ad accrescere il livello di inquinamento mondiale e a distruggere le risorse naturali dell’India e del pianeta.
Inoltre l’esproprio di terreni e l’allontanamento delle persone dai luoghi in cui hanno sempre vissuto crea un imponente fenomeno di profughi interni, che vanno ad aumentare il numero dei disperati nullatenenti che vivono per la strada nelle grandi città.

Non è del benessere dei propri cittadini che si occupa dunque la “Repubblica spezzata” d’India, ma del benessere del proprio apparato burocratico e degli interessi delle grandi multinazionali e della finanza mondiale.

La disparità di forze nella lotta tra lo Stato e l’esercito maoista, che difende i diritti degli adivasi e il loro territorio e combatte per la realizzazione di un diverso sistema economico e sociale,  tocca profondamente il cuore dell’autrice e del lettore. Si tratta di una vera e propria guerra, con morti da entrambe le parti, ma il reportage trasmette al lettore un profondo rispetto per un esercito che ha l’impronta ecologica più gandhiana che si possa immaginare, e che è in prevalenza composto da giovani che scelgono consapevolmente una vita di clandestinità, di rischi e di sacrifici, per resistere a un’enorme ingiustizia e per difendere quei valori che un governo democratico avrebbe il dovere di difendere, ma che sacrifica in nome dei profitti di pochi, in India come in Europa o negli Usa.

Un aneddoto ha pungolato la mia coscienza di occidentale, cresciuta nei folli anni ’80.
Un poliziotto incontrato in un villaggio spiega ad Arundhati Roy che secondo lui il modo migliore e più semplice per combattere il maoismo e gli adivasi sarebbe quello di portare nei villaggi la televisione. Instillando così in quelle persone semplici, ma ricche di una cultura ancestrale, il desiderio di comprare e consumare, che cambierebbe per sempre e radicalmente le loro coscienze.

A. Roy, Broken Republic, 224 p., ebook 12.99 euro

L’impegno e la militanza di Arundhati Roy non lasciano indifferenti. Segnalo questi due articoli su di lei di due quotidiani inglesi: The Independent e The Guardian

Qui si può leggere interamente in inglese Walking with the comrades.

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Midnight in Paris

Owen Wilson in una scena di Midnight in Paris

La prima volta che sono stata a Parigi sognavo che da un momento all’altro mi capitasse un’avventura simile a quella di Owen Wilson in “Midnight in Paris”. Ovviamente ero un’adolescente romantica, con una passione divorante per la letteratura e per il passato, che si sarebbe sentita davvero a suo agio in un negozio nostalgia formato città.
Per questo ho adorato l’ultimo film di Woody Allen, che mi ha riconciliato con le speranze all’epoca disattese dalla Ville Lumière.
“Midnight in Paris” gioca con il fervido clima culturale dei Ruggenti anni ’20, quando un quadro di Matisse costava solo 500 dollari, le hit del momento avevano la firma di Cole Porter e le nuove mode venivano lanciate da Coco Chanel.

Il protagonista Gil / Owen Wilson è il classico personaggio alleniano di un americano innamorato di Parigi e della cultura europea, così significativa per gli artisti americani della “Lost Generation”, e assolutamente a disagio e in conflitto con i personaggi che ritraggono gli americani “autentici”, diffidenti verso le stranezze e le romanticherie attribuite agli europei.
Purtroppo il doppiaggio italiano accentua fortemente l’identificazione di Wilson con Allen, con un banale effetto caricatura. Mentre trovo che il tratto migliore della recitazione di Wilson sia proprio lo stupore da bambino con cui Gil si ritrova a vivere nel mondo dei suoi sogni, piuttosto lontano dall’ironia disincantata tipica di Allen.
Visivamente il film è giocato sui due registri della Parigi diurna e notturna, entrambe illuminate da una luce morbida e calda con una forte dominante gialla, che sicuramente si accorda meglio con le magiche scene notturne, che io aspettavo con impazienza.
L’accuratezza dei costumi e del trucco è una piacevole sfida per lo spettatore.

Questo gioco raffinato e brillante non è però fine a se stesso. Con leggerezza e sense of humor Woody Allen ci ricorda che il nostro tempo deve essere il presente e che le fantasie (come il cinema) e le nostalgie per le epoche d’oro non possono prendere il sopravvento sulla nostra vita, anche quando quello che abbiamo non ci soddisfa.

Non potevo non parlare di un film in cui appare come personaggio il nume tutelare di questo blog, Gertrude Stein, citata nella foto della testata, che proprio al suo amico Ernest Hemingway disse: Remarks are not literature.

Le osservazioni non sono letteratura, e non lo sono nemmeno i post di un blog!

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Bahia, terra della felicità

Largo do Pelourinho

Bahia è l’odore dell’olio di dendé in cui si friggono gli acarajé e con cui si prepara la moqueca.
Bahia è un lungomare infinito bordato di palme e un oceano spumoso sfidato dai surfisti.
Bahia è il lastricato di ciottoli neri su cui si inciampa regolarmente se non si ha avuto l’accortezza di offrire una cachaça a Exu.

Bahia è la città del cuore di Jorge Amado, protagonista di alcuni dei suoi romanzi tanto quanto i personaggi che li animano.
Solo in una città magica e sensuale come Bahia la bella dona Flor avrebbe potuto incontrare e amare i suoi due mariti.
Solo in una città selvatica e dura come Bahia avrebbero potuto vivere i Capitani della spiaggia.

Ma per capirla davvero bisogna cercare le guide giuste.

Una è sicuramente Jorge Amado, che oltre ai suoi romanzi vividi e appassionanti ha scritto negli anni Quaranta, e poi rivisto negli anni Settanta, una straordinaria e inusuale guida turistica della città: Bahia, edita in Italia da Garzanti.

Se sei solo una turista avida di nuovi paesaggi, di nuove avventure per rianimare un cuore logorato dalle emozioni, viaggiatrice di povere avventure ricche, in tal caso non avrai bisogno di me come guida. Ma se vuoi vedere tutto, se sei ansiosa di apprendere e migliorare, se vuoi realmente conoscere Bahia, allora vieni con me, ti mostrerò le strade e i misteri della città di Salvador, e te ne andrai di qua con la certezza che questo mondo è ingiusto e che ha bisogno di essere riformato e migliorato. Perché non è giusto che tanta miseria sia racchiusa in tanta bellezza. [...] Vieni, Bahia ti aspetta. E’ una festa, ed è anche un funerale.

Lungomare di Bahia

Bahia non è una città facile, le sue bellezze architettoniche si disfano nel caldo umido dei tropici, nonostante il fervore di restauri di facciate di edifici coloniali e di chiese. La sua bellezza naturale e la sua naturale gioia sono abbruttite dalle ingiustizie sociali, ma resistono prepotenti. E la saudade è ineluttabile.

Rua Chile non è più la strada dello shopping elegante e della crema della città seduta ai tavolini dei caffè, ma gli atabaques suonano ancora nella notte baiana e quel suono primordiale e misterioso non turba il sonno di chi li sente ma lo conforta.

Oltre a raccontare l’atmosfera della città, vie e vicoli, chiese e quartieri popolari, cittadini indimenticabili e paesaggi, Amado dedica una parte della sua guida al candomblè, una delle radici culturali baiane.
Presenta e descrive gli Orixàs, parla delle mãe de santo che ha conosciuto e frequentato e del suo ruolo nel terreiro.
Le belle illustrazioni di Carybé di cui è corredata questa parte del libro mostrano le sembianze degli Orixàs e quindi le vesti che indossano i figli di santo quando cadono in trance e vengono posseduti.

Fitas do Senhor do Bonfim

Racconta le feste, talvolta sincretizzate con festività cattoliche, tra cui il “lavaggio” della chiesa di Nostro Signore do Bonfim, il Cristo miracoloso che protegge la città, e che è anche Oxalà, il più potente degli Orixàs.
Oppure la festa di Yemanjà con le offerte di stoffe, nastri, gioielli, pettini e specchi alla vanitosa divinità marina, perché la madre e sposa di tutta la gente di mare non metta i suoi occhi di naufragio sui pescatori, non li scelga come suoi amanti e li porti via per le sue feste d’amore tra le onde.

Anche le parole e la musica di João Gilberto e Vinicius de Moraes, interpretate da Caetano Veloso, Gilberto Gil o Toquinho, sono delle ottime guide alla città e alla sua atmosfera.

Casa Encantada

Ma se si preferisce avere delle guide da abbracciare alla fine della vacanza, si possono contattare Loris e Maria, responsabili di Casa Encantada e di uno stimolante progetto di turismo responsabile, che è un’avventura davvero molto molto ricca.

J. Amado, Bahia, Garzanti, 310 p., 18.60 euro

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un appassionante romanzo filippino

A prima vista sembrerebbe un noir.
All’inizio c’è il viaggio aereo di una bara da Jeddah, Arabia Saudita, verso Manila, Filippine, paese d’origine della defunta nel feretro.
Si capisce subito che è molto di più.

Il romanzo Soledad, a cui la casa editrice italiana Isbn ha conferito l’accattivante sottotitolo Rocambolesco romanzo filippino, gioca con alcune regole del genere mystery per poi disattenderle tutte, senza per questo scontentare il lettore.
C’è un poliziotto, Walter Zamora, un bel personaggio di duro gentile, con una vita privata disatrosa e un importante caso irrisolto alle spalle che ha influito pesantemente sulla sua carriera e sul suo matrimonio.
C’è il cadavere nella bara, appunto. E c’è anche uno scambio di persone e di vite.

Ma tutto ciò è solo il pretesto per Jose Dalisay, pluripremiato autore filippino, per raccontare il suo Paese e l’importante fenomeno di emigrazione che lo caratterizza.
La Soledad che dà il titolo al romanzo infatti è emigrata per fare la domestica, prima a Taiwan e poi a Jeddah. Destino comune a molte donne, che si ritrovano poi a raccontarsi agghiaccianti storie di datori di lavoro violenti e di domestiche impazzite o finite male, nelle piazze di tante città del mondo durante i propri giorni liberi.

Spesso le condizioni di lavoro sono disumane, soprattutto in Arabia Saudita o negli Emirati Arabi dove ai lavoratori stranieri viene ritirato il passaporto e dove ci si trova spesso privi di diritti e reclusi nel luogo di lavoro, soprattutto le donne.
Eppure il sogno di tanti filippini è partire, attraversare il mare che circonda le loro isole e trovare fortuna e opportunità di un avvenire prospero altrove. Anche se tanti compatrioti tornano a casa dentro una bara.

Ma nel libro si parla molto anche di chi sceglie di restare, e dal racconto della vita quotidiana di Dalisay si riesce perfettamente a capire qualcosa di più sulle Filippine.
Su chi si arrangia e vive di illegalità, su chi svolge i lavori più umili, sulla prostituzione nei locali notturni, spesso a beneficio di ricchi lavoratori stranieri che portano capitali e know how nel Paese, sulla semplicità della gente che si perde dietro a desideri consumistici ancora alla portata di pochi, sulla caotica e vivace Manila lavata dalle piogge tropicali.
Molti personaggi intrecciano le loro piccole storie alla trama principale. E Dalisay è davvero bravo a caratterizzarli tutti e a mantenere solido l’impianto della narrazione, che alterna spesso presente e passato e scorre in mille rivoli diversi.

Non dico di più perché il romanzo è ricco di colpi di scena ed è un piacere scoprirli uno dopo l’altro. Ma lo consiglio davvero per la piacevolezza con cui si legge, per la qualità della scrittura, per la capacità di raccontare una società da noi poco conosciuta e per il modo in cui è trattato il tema dell’emigrazione.

J. Dalisay, Soledad. Rocambolesco romanzo filippino, Isbn, 196 p., ebook 4.99 euro

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immenso 2666

I quattro abitanti del Messico

Leggere 2666 di Roberto Bolaño è come prendersi l’influenza: passare dalle poche linee di febbre iniziali al febbrone che fa sudare, fa dolere le ossa e confonde il cervello.
Oppure è come prendersi una sbronza con la tequila, sentire all’inizio solo il suo sapore sapido che gratta la gola e ritrovarsi dopo qualche bicchiere con la mente leggera e le gambe molli.
E’ anche una sbronza triste o angosciante, o un corpo a corpo con il vivere e il suo male.

Cinque romanzi compongono questo iper-romanzo, nato per essere cinque parti di una storia e poi (e a me non è dispiaciuto) divenuto una storia in cinque parti e in un unico volume.
Non c’è una continuità evidente tra i romanzi, ma l’opera è attraversata da tematiche importanti e ricorrenti, dal riapparire di alcuni personaggi e da intrecci di microstorie.
Ogni romanzo comunque ha protagonisti diversi e una trama coerente in se stessa, anche se nessuno ha una conclusione netta, neppure l’ultimo.

2666 è un’opera mondo, ambientata nella sua totalità in molti paesi diversi e che copre un arco temporale che va dal 1918 al 1999, quasi tutto il Novecento.
E forse per questo allude nel titolo al secolo ventunesimo e al famigerato e diabolico 666. Come se gli orrori del secolo scorso: guerre mondiali, Shoah, alienazione miseria e sfruttamento generati dal sistema economico e sociale ancora vigente, siano il preludio all’apocalisse futura.

L’arte è uno dei temi fondamentali del libro, così come la cultura, il conoscere ciò che ci circonda e l’amore per il sapere, tutti aspetti positivi e salvifici – ma non indolori – dello stare al mondo, che si incarnano in moltissimi personaggi. Il misterioso scrittore Benno von Arcimboldi, alla ricerca del quale si dedicano i quattro accademici europei protagonisti del primo romanzo. Il pittore inglese Edwin Johns lacerato dal conflitto tra arte, profitto e follia. Il filosofo Oscar Amalfitano e la sua folle moglie Lola persa dietro un sogno di amore e poesia. Il giornalista afroamericano Oscar Fate e il giornalista messicano Sergio Gonzalez Rodriguez che amano il proprio lavoro e si ritrovano a stretto contatto con la violenza e l’orrore più puri. Il giovane e idealista intellettuale ucraino Boris Ansky ispirazione per la vita del soldato Hans Reiter. L’editore Jacob Bubis che difende la letteratura e custodisce i buoni libri.
Ma a questi personaggi si contrappongono anche amare riflessioni sul rapporto tra arte e potere, tema caro a Bolaño, scrittore cileno testimone del golpe di Pinochet e vissuto per molti anni in Messico, paese di cui racconta la corruzione e l’ipocrisia della classe dirigente.

Gli ultimi due romanzi sono, a mio avviso, il cuore dell’opera.
Il quinto, La parte di Arcimboldi, è un originale Bildungsroman in cui confluiscono anche la storia più oscura del Novecento europeo, ovvero l’efficiente sterminio degli ebrei, e la dissoluzione dell’utopia socialista nel regime sovietico.
Il quarto, La parte dei delitti, è tra tutti il romanzo più interessante per tecnica letteraria e il più dolorosamente crudele.
E’ la storia completamente inventata, ma che riecheggia un’altra storia atrocemente vera, di una serie di delitti raccapricianti che rendono la città messicana di Santa Teresa “un’oasi di orrore in un deserto di noia”, secondo un’espressione di Charles Baudelaire scelta da Bolaño come epigrafe del suo romanzo di romanzi.

La storia vera è quella di Ciudad Juárez, nel nord del Messico, al confine con il Texas, città violentissima a causa del narcotraffico, che dal 1993 ha conosciuto un’ondata di violenze e delitti nei confronti di giovani donne, per descrivere la quale è stato opportunamente impiegato il termine feminicidio.
Usando il linguaggio burocratico delle indagini di polizia e dei referti del medico legale Bolaño narra una sequela interminabile di delitti, immaginando nome e vita delle vittime e fornendo il resoconto delle indagini su uno o più presunti serial killer di giovani donne. E nel farlo racconta anche la mentalità maschilista che conduce al feminicidio (esemplificata in due agghiaccianti pagine di barzellette contro le donne), la corruzione del sistema politico e giudiziario e della polizia, gli accordi tra narcotrafficanti e istituzioni.

Non si può non rimanere ammirati davanti alla vastità di 2666, alla ingegnosità di tutte le sue storie, alla capacità di Bolaño di tratteggiare personaggi diversissimi tra loro e mai banali, alla quantità di idee e fatti che compongono i romanzi, alla complessa descrizione delle molteplici forme del male nel mondo. Questa summa di storia, cultura e narrativa non è certo facile e non sempre è avvincente ma merita di essere considerata una pietra miliare della storia della letteratura.

R. Bolaño, 2666, Adelphi, 963 p., 23 euro

Un’interessante analisi di 2666 e soprattutto il racconto della genesi di La parte dei delitti si trova qui.

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Dal cielo

Se in te mi esprime il risveglio
se io tutto
avvampo e sono mente,
io tuo seno, realtà:
brevi figure tra cui svolse
il suo debole senso la mia vita,
lieto e aspro rifugio
che l’alba senza affanni e il sole
già sommuove di pura meraviglia,
ecco il dono e l’azzurro
usciti in forza dalla morte,
ecco supero il corpo
mio impoverito e il respiro,
e tutto da te riconosco,
cielo, felicità di fibre miti
di felci e brine,
conclusiva diafana ebrietà,
intransigente e fulgida
causa che stai nel vero.

Dal cielo è questa penombra
dove senza termine è la fede
anche dell’insetto che procede
dalla foglia invernale alla stella
che ardendo gocciò nella valle,
dal cielo è questo scrigno di paesi
dormenti tra le presenze oscure
e feconde dei monti,
dal cielo è l’ordine tenace e leggero
delle viti sui colli
dov’io tacqui e sorrisi,
dal cielo è la strada
che già mi balza dalle mani
verso il lavoro e la ventura
mentre turge la fiamma dentro il vetro
e di tintinni brulicano i boschi.

Da te azzurra remota corona,
assedio e sostegno,
è la mia noncuranza
ed il grido onde volgo
le ormai facili spalle,
da te s’irradia la mia pace
al di là delle ortiche
insonni, dei bronchi in agguato,
e se m’adagio e ascolto
il sussurro di sagra che fa nostro l’inverno
se porgo orecchio alla lusinga
bisbigliata dai gerani
già oltre il ghiaccio di gennaio,
dal cielo io dico ogni mio moto
ogni verde d’atti scintillanti
ogni luce d’atti incerti e immaturi
per pienezza d’amore,
e in amore già accolte le colline
io sempre rinascendo
insieme riconduco al cielo.

Mani, lingua, respiro,
dal cielo è questo mio conoscervi,
dal cielo vita immemore
ti componi al tuo sguardo e il tuo sguardo
dal cielo si compone.
E in volto di mattino si riannuncia
a sé quanto da sé fu oppresso:
vedere, udire, ancora
a me nuovi ritornano?
E questo io posso donde
la faglia senza fondo mi divelse
e, fatto sangue, nelle congiunture
nuove che il mondo affermano,
viventi sensi, muovere a me stesso?
Riproposte realtà
qui dal vuoto che smuore
vi attendo perchè io sia. Dal cielo
è la pietà che il mondo fa consistere.

A. Zanzotto, Poesie (1938-1986), Mondadori, 312 p., 6.80 euro

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santa Tieta del sertão

A cavra

Una donna bella e ricca che ha fatto fortuna in una grande città torna nel paesino natale dal quale era stata cacciata venticinque anni prima, e il suo ritorno quasi miracoloso porta scompiglio e novità.
Lei è Tieta, una delle donne di Jorge Amado, autore che ha il merito di disegnare personaggi femminili così vivi che non si riesce proprio a credere che non siano fatti di carne e sangue.

Tieta è una donna capra, pastora nel sertão di Agreste e capretta in calore sulle dune bianche della spiaggia di Mangue Seco, al confine tra lo stato di Bahia e quello di Sergipe. Il vecchio Zé Esteves, suo padre, caprone cocciuto quanto lei e sempre armato di un pesante bastone, l’aveva cacciata per le sue avventure con uomini del posto e di passaggio.

Poi dopo molti anni Tieta aveva iniziato a mandare un regolare e consistente aiuto economico ai suoi famigliari: al padre e alla sua seconda moglie, alla sorella Perpetua, beghina ipocrita, e alla sorellastra Elisa, troppo bella per il minuscolo paese di Agreste – posto buono per aspettarci la morte -, che sogna la sfavillante vita dei divi dello spettacolo.
Sposata con un imprenditore commendatore del papa, figlia modello, aiuto e consolazione dei suoi famigliari, Tieta sembra essere diventata una santa. E quando riappare al paese natio in carne e ossa, insieme alla sua elegante figliastra, cercando di rendere il più possibile felici gli altri con i suoi ampi mezzi, poco ci manca che la cittadinanza le eriga una statua in chiesa accanto alla patrona Sant’Anna. L’idillio però non dura molto.

Vita e miracoli di Tieta d’Agreste è un romanzo sicuramente più amaro e riflessivo rispetto a Dona Flor e i suoi due mariti, a Teresa Batista stanca di guerra o a Gabriella garofano e cannella.
E’ anche un romanzo molto corale, in cui ciascun personaggio racconta un mondo e un modo di pensare, ha una storia e un carattere definiti.
Lo stesso Amado lo definisce un feuilleton, e da quel genere letterario prende in prestito con molto humor alcuni topoi narrativi, lo stile appassionante e la lunghezza, che sono del resto «qualità intrinseche in un buon romanzetto».

E’ il 1965 e il Brasile, come tutto il resto del mondo, è in fermento. Lo sviluppo industriale è insieme tentazione e minaccia e il progresso sociale tarda ad arrivare nella sonnacchiosa Agreste, nonostante l’apparizione di comunità di hippy attratti dalle spiagge baiane.
Una potente multinazionale vorrebbe impiantare una fabbrica per la produzione del biossido di titanio sulla spiaggia di Mangue Seco. L’alto tasso di inquinamento prodotto distruggerebbe irrimediabilmente la natura incontaminata del luogo e stravolgerebbe vita e abitudini degli abitanti, da sempre pescatori e contrabbandieri. Alcuni, come il giovane e ingenuo amministratore comunale Ascanio Trinidade, vedono nella fabbrica una prospettiva di ascesa sociale e di miglioramento delle condizioni di vita. Molti altri ritengono che questo tipo di progresso serva solo a uccidere l’ambiente e gli uomini che lo abitano.

Nonostante siano passati più di trent’anni dalla pubblicazione del romanzo di Amado, l’argomento resta di grande attualità, soprattutto per i paesi in via di sviluppo e con grandi risorse naturali.
Attuali e dolorosamente godibili i paragrafi che raccontano dei processi decisionali all’interno della multinazionale e il sistema di corruzione, a qualsiasi livello, che mette in atto per raggiungere i propri scopi, servendosi della buona fede o delle debolezze delle persone.

Tristemente divertenti l’ipocrisia, l’avidità e il moralismo dei paesani, raccontati con arguzia da Amado che dialoga apertamente con il lettore e con un severo ipotetico collega scrittore, Fulvio D’Alembert, che gli rimprovera le cadute di stile e la mancanza di moralità. Si difende Amado chiamando in causa, come sempre, la pigrizia e la sensualità del popolo di Bahia a cui appartiene. Un popolo di puri mulatti, allegri e scanzonati che amano i piaceri dell’esistenza. Un popolo che ha dato vita a personaggi divertenti e veri come l’indomita Tieta, la pettegola di buon cuore Carmosina, la tenera puttana Zuleika Cinderela, la banda del biliardo, il vecchio poeta Barbozinha.

E personaggi diventano – e non per la prima volta – anche alcuni cari amici di Amado, membri dell’intelligencija baiana dell’epoca: il giornalista Giovanni Guimarães autore di un infuocato editoriale contro il biossido di titanio, il pittore Carybé colto a imbrogliare un povero curato di campagna per accaparrarsi una pregiata statua antica e l’incisore Calasans Neto, illustratore dei poemi del Barbozinha, come lo era in realtà delle opere di Amado.

Nel divertente ma un po’ amaro tourbillon finale del romanzo,  Tieta dimostra una volta di più la sua forza e la sua libertà incoercibili. E anche se per Amado questa favola non ha morale, un motto del poeta Barbozinha può far sempre comdo al lettore: d’amore si vive, non si muore.

J. Amado, Vita e miracoli di Tieta d’Agreste, Garzanti, 616 p., 10.90 euro

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il meraviglioso mondo di Alice

In thoughts of you

Molto tempo fa, per puro caso, ho comprato un libro di racconti di Alice Munro in lingua originale, con  il  solo scopo di leggere qualcosa in inglese.

Ora, complici il trasloco che ha fatto riemergere libri scomparsi e la politica di austerity domestica che mi ha vietato dei raptus di spese folli in libreria, ho deciso di leggerli.

A quanto pare capita spesso di scoprire Alice Munro per caso, anche a coloro che sono di madrelingua inglese, come racconta Margaret Atwood in questo articolo per il “Guardian”. E tutti ne rimangono folgorati, chiedendosi il perché di una scoperta casuale per un’autrice così grande, vincitrice di un Booker prize e abituale contributor del “New Yorker”.

Forse perché è una donna, ormai di una certa età, forse perché è canadese, forse perché scrive racconti e non romanzi.

Eppure i racconti che compongono Open secrets (in italiano Segreti svelati, Einaudi) sono piccole grandi storie avvincenti, costruite con un ritmo più simile a quello di una composizione musicale o a un montaggio cinematografico che a un testo scritto.
Come un tema musicale sviluppano fraseggi che si alternano o si ripetono, impetuosi crescendo e soavi pianissimo. Come in un montaggio cinematografico il tempo è scandito dal susseguirsi delle inquadrature, i campi lunghi che descrivono i luoghi e raccontano piccole storie, i piani americani in cui si muovono i personaggi e i close up sui dettagli che illuminano il senso generale.

Protagoniste assolute di questi otto racconti, come di tutta l’opera di Alice Munro, sono le donne. Diverse per età, condizione sociale, esperienze e stile di vita, ma sempre caratterizzate vividamente, con un linguaggio semplice, quasi minimalista, illuminato a tratti da humor e arguzia. Le brillanti metafore e le osservazioni che costellano i testi dimostrano la profonda capacità di osservazione e di analisi del mondo femminile dell’autrice.  Ad esempio, la libraia del racconto La vergine albanese descrive così la sua attesa frustrata di clienti nel suo nuovo negozio:

Ora aspettavo, e mi sentivo come qualcuno che si fosse vestito con esagerata ricercatezza per una festa, magari anche riscattando gioielli dati in pegno o andandoli a recuperare dalla tomba di famiglia, solo per scoprire che si trattava di una partita a carte dal vicino di casa. Che era solo polpettone e puré di patate in cucina, e un bicchiere di vino rosato frizzante.

Humor vezzoso celato anche nel titolo, poiché il lettore scopre immediatamente che nessun segreto sarà mai davvero svelato e che proprio in questo sta il bello del libro.

In cucine lontane centinaia di migliaia di chilometri, [Maureen] guarderà formarsi una sottile pellicola sul dorso di un cucchiaio di legno e la sua memoria avrà un guizzo, ma non le rivelerà del tutto il momento in cui le è parso di  osservare un segreto svelato, niente di impressionante fino a quando non pensi di provare a raccontarlo.

Così si conclude il racconto che dà il titolo alla raccolta, alludendo a tutti i segreti, piccoli o grandi, in cui ci imbattiamo nella nostra vita, che non sempre ci si riveleranno e di cui a volte ci appare solo un piccolo barlume di comprensione.

Per Alice Munro le piccole illuminazioni, i gesti inconsci o casuali e i fatti microscopici influenzano le vite dei personaggi tanto quanto i grandi eventi dirompenti e le svolte imprevedibili. Il romanzesco è ovunque e in chiunque, così come l’assoluta normalità. Perché: «le vite delle persone sono [...] monotone, semplici, straordinarie e impenetrabili – grotte profonde con un pavimento di linoleum da cucina».

A. Munro, Open secrets, Vintage Books, 294 p., 7.99 pound

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grazie Mario

Questa notte Mario Monicelli è volato via.

Negli ultimi anni ero rimasta molto colpita dalle sue parole, dalla sua lucidità di novantenne e dal suo modo di essere fiero e indomito. Come José Saramago, anche Mario Monicelli non aveva permesso che la vecchiaia e la malattia affievolissero la sua voce, il suo spirito critico e la sua partecipazione alla vita civile del Paese.

Trascrivo, per continuare a ricordarlo, il  giudizio che aveva espresso in un’intervista per la trasmissione “Raiperunanotte”sugli italiani e sulla storia d’Italia.

E’ un giudizio spietato e molto veritiero, pessimista forse, ma basato sul principio che chi s’accontenta non cambia il mondo, e si lascia invece cambiare dalle ingiustizie del mondo.

Questi sono gli anni dei marchesi del Grillo, della prepotenza di «Io so’ io, e voi non siete un cazzo». Chissà se prima o poi, nonostante la paura e la vigliaccheria, torneremo a dimostrare la dignità di Oreste Jacovacci e Giovanni Busacca, i tragicomici e spiantati soldati di “La Grande Guerra”.

Eravamo tutti contenti perchè c’era uno che guidava lui, pensava lui: «Mussolini ha sempre ragione, lasciamolo lavorare». Tutti stavano boni e zitti e lo applaudivano.[...]

Gli italiani sono fatti così, vogliono che qualcuno pensi per loro, e poi se va bene, va bene, e se va male lo impiccano a testa sotto. Questo è l’italiano.

Gassman e Sordi ne “La Grande Guerra”? Avevano una loro spinta personale, un orgoglio, una dignità della persona che noi abbiamo perso, completamente. Ormai nessuno si dimette, siamo tutti pronti a chinare il capo, pur di mantenere il posto, di guadagnare; a sopraffarci, a intrallazzare. Uno la prima cosa che fa è mettersi d’accordo con un altro per superare le difficoltà, non c’è nessuna dignità, da nessuna parte. E’ proprio la generazione che è corrotta, che è malata, che va spazzata via. Non so da che cosa, non so da chi.

La speranza è una trappola, è una brutta parola, non si deve usare. La speranza è una trappola inventata dai padroni. La speranza è di quelli che ti dicono «State buoni, state zitti, pregate, che avrete il vostro riscatto, la vostra ricompensa nell’aldilà, perciò state buoni, tornate a casa. Sì, siete dei precari, ma tanto tra due o tre mesi vi riassumiamo ancora, vi ridaremo il posto, sì sì, state buoni». Vanno a casa e stanno tutti buoni. «Abbiate speranza». Mai avere la speranza, la speranza è una trappola. E’ una cosa infame, inventata da chi comanda.

Io spero che la storia finisca con quello che non c’è mai stato in Italia, una bella rivoluzione. C’è stata in Inghilterra, c’è stata in Francia, c’è stata in Russia, c’è stata in Germania, dappertutto, meno che in Italia.
Quindi ci vuole qualcosa che riscatti veramente questo popolo che è sempre stato sottoposto, che è trecento anni che è schiavo di tutti.
E se vuole riscattarsi, il riscatto non è una cosa semplice, è doloroso, esige anche dei sacrifici.
Se no vada alla malora, come sta andando ormai da tre generazioni.

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una giornata con Dostoevskij

Dodici ore in compagnia di Fëdor Dostoevskij, o per meglio dire, in compagnia dei suoi demòni. Ventisei attori in scena per nove ore senza che la tensione del racconto si allenti un attimo, nonostante le sei pause per il pubblico.
Il regista Peter Stein, che compare per primo, spiega di aver avuto l’ambizione di rappresentare “I demoni” nel modo più fedele possibile al testo di Dostoevskij, rendendo quasi superflua la lettura del libro, ma di aver capito poi che lo spettacolo teatrale sarebbe diventato inevitabilmente un invito a leggere o a  rileggere il romanzo.

Avevo già notato che la riduzione teatrale di un’opera letteraria ha il pregio, rispetto alla trasposizione cinematografica, di essere una sorta di passepartout per la comprensione del testo.
Forse perché, come scrive Giovanni Testori nel saggio Il ventre del teatro, «la parola è lo strumento del rito teatrale», poiché il vero teatro «non è quello scenico, ma quello verbale» fondato sulla «qualità carnale e motoria della parola».
La scelta drammaturgica di Stein è quella di salvaguardare il più possibile le parole di Dostoevskij, aiutato in questo dalla qualità del testo originale ricchissimo di dialoghi, rispettando in modo eccezionale la struttura e la coerenza interna del romanzo.

Sulla parola più che sulla corporeità si basa anche la performance degli attori (a differenza di quanto sperimentato da Eimuntas Nekrosius nel suo “Idiotas”), che si muovono su una scena piuttosto spoglia, accompagnati da musica eseguita dal vivo con l’esclusivo utilizzo di un pianoforte, usato anche come strumento a percussione.

Spiccano le interpretazioni di Maddalena Crippa ed Elia Schilton, perfetti nei ruoli di Varvara Petrovna e Stepàn Trofimovič, e di Alessandro Averone nel ruolo del diabolico e meschino Pëtr Stepànovič.

Senza sacrificare i discorsi più complessi e filosofici di Dostoevskij: sull’animo russo, la fede, il nichilismo, la lettura di Peter Stein mette in risalto anche l’ironia, lo humor e il grottesco del romanzo, muovendosi con disinvoltura su più registri.

Avevo letto I demoni diversi anni fa, e quello che lo spettacolo teatrale mi ha restituito con più immediatezza del romanzo è anche ciò che più ha incuriosito il regista: la straordinaria capacità di Dostoevskij di intuire il futuro politico della Russia e la grande attualità delle sue riflessioni sull’organizzazione della società.

Nel corso di una riunione politica si discute il futuro sistema di ordinamento del mondo ideato da un certo Šigalëv “dalle lunghe orecchie”, che è incompleto e le cui conclusioni sono in diretta contraddizione con l’idea iniziale, poiché l’autore partendo dal teorizzare la libertà illimitata è giunto al dispotismo illimitato.

Egli propone, come soluzione finale del problema, la divisione dell’umanità in due parti diseguali. Un decimo riceve la libertà personale e un diritto illimitato sugli altri nove decimi. Questi devono perdere la loro personalità e trasformarsi in una sorta di gregge e in completa obbedienza, attraverso una serie di rigenerazioni, raggiungeranno l’innocenza primigenia, una specie di paradiso primordiale, anche se, d’altronde, dovranno lavorare. Le misure proposte dall’autore per giungere a togliere ai nove decimi dell’umanità la volontà e tramutarli in gregge, per mezzo della rieducazione di intere generazioni, sono oltremodo ammirevoli, fondate su dati naturali, estremamente logiche.

C’è lo spionaggio. Ogni membro della Società cura il comportamento dell’altro ed è tenuto a denunciare. Ognuno appartiene a tutti, e tutti appartengono a ciascuno. Tutti sono schiavi, e nella schiavitù tutti sono uguali. [...] Per prima cosa si abbassa il livello dell’educazione, delle scienze e dei talenti. Si può raggiungere un alto livello scientifico e artistico solo con capacità superiori! [...] Gli schiavi devono essere uguali: senza dispotismo non c’è ancora stata né libertà né uguaglianza, ma nel gregge deve esserci uguaglianza. [...] Niente educazione, basta scienza! E senza scienza il materiale basta altri mille anni, ma bisogna adattarsi alla disciplina. Una cosa sola manca al mondo: la disciplina. La sete dell’istruzione è già una sete aristocratica. Non appena spuntano la famiglia e l’amore, subito compare il desiderio di proprietà. Noi stermineremo il desiderio: daremo via libera all’ubriachezza, al pettegolezzo, alla delazione; avvieremo un’inaudita corruzione; soffocheremo ogni genio nella più tenera età. Tutti ridotti a un comun denominatore, assoluta eguaglianza. [...] Ma ci vogliono anche degli spasimi; ce ne occuperemo noi, governanti. Perchè gli schiavi devono avere dei governanti. Piena disciplina, piena assenza di ogni personalità, ma una volta ogni trent’anni Šigalëv ammette degli spasimi; tutti d’un tratto, cominceranno a divorarsi l’un l’altro, fino a un determinato limite, unicamente per allontanare la noia. Giacché la noia è un sentimento aristocratico; nello scigaliovismo non ci saranno desideri. Il desiderio e la sofferenza saranno per noi, per gli schiavi ci sarà lo scigaliovismo.

F. Dostoevskij, I demoni, Bur, 784 p., 8.90 euro

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aspettando Houellebecq

Michel Houellebecq Foto di Mariusz Kubik

Sembra che l’evento letterario della stagione culturale autunno inverno 2010-2011 sia l’uscita del nuovo romanzo di Michel Houellebecq La carte et le territoire, a giudicare dal battage polemico che si è trascinato fin qui d’Oltralpe.

Il sempre controverso autore francese ha trovato un critico illustre nel suo collega Tahar Ben Jelloun che in un articolo pubblicato su “Repubblica” non gli risparmia niente: stigmatizza la sovrabbondanza di marchi (e forse marchette?) presenti nel libro, come se Houellebecq avesse avuto l’intenzione di ammannire ai suoi fedeli lettori dei consigli per gli acquisti, si proclama infastidito per i deliri di egocentrismo dell’autore che nel romanzo diventa personaggio (lo scrittore di successo Michel Houellebecq), per i suoi giudizi tranchants su mostri sacri come Picasso e Le Corbusier e disgustato per le sue chiacchiere inutili sulla condizione umana e sui bordelli tailandesi.

Accipicchia! Non ho letto il libro (ancora) ma tanto livore e tanta mancanza di umorismo mi rattristano un poco.
Anche perchè la letteratura mondiale è piena di scrittori che diventano personaggi, giudizi tranchants su mostri sacri e chiacchiere (più o meno inconcludenti) sulla condizione umana.

Forse, come chiosa divertita Giovanna Zucconi su “La Stampa”, è über-cool potersi vantare di aver letto un romanzo di Houellebecq in anteprima e poi prendersi “la briga e di certo il gusto” di stroncarlo.
Ma la vera “notizia” in tutta questa misera storia è quella data dal sito di informazione Slate.fr che prima si è preoccupato di mostrare come Houellebecq abbia copiato alcune descrizioni presenti in La carte et le territoire da Wikipedia, citando a confronto i passi del libro e i brani tratti dall’enciclopedia online, e poi si è preoccupato di smentire l’accusa di plagio con un articolo che minimizza quanto in precedenza scritto autoriducendosi a cinguettio di Twitter.

Niente da fare, Houellebecq lo si ama o lo si odia. Io sono nella categoria di chi lo ama. Non ho letto tutti i suoi libri perchè preferisco centellinarli (non sono molti d’altronde).

Posso dire di aver trovato Le particelle elementari una consapevole e intelligente rappresentazione del nostro tempo, fortemente segnata dalle fobie, dai dolori, dagli smarrimenti, dagli errori e dalle manie che tutti proviamo in alcuni momenti della nostra vita. Una condanna a riflettere sull’umanità contemporanea senza risparmio, con dei personaggi complessi, in cui non è sempre facile riconoscersi e che è difficile amare, ma per i quali spesso si prova tenerezza e dispiacere.

Di simile parere il bell’articolo sul sito di “Les Inrocks” che vede in La carte et le territoir l’opera della maturità artisica di Houellebecq, un testo «di una densità e una ricchezza impressionanti, (…) visione di un mondo distrutto dall’artificialità, dalla condanna a morte dell’autenticità (il territorio o il paesaggio) per meglio imitare, scimmiottandole, le convenzioni frutto della globalizzazione, dall’avvento del re denaro che tutto uccide al suo passaggio, anche gli scrittori, e il libro stesso è una prova che Michel Houellebecq rifiuta di diventare artificiale a sua volta».

Anche questa volta il caso Houellebecq c’è stato, io attendo il piacere di poter giudicare seriamente il libro.

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gli ultimi giorni di Tolstoj

Lev Tolstoj

Più di 240 pagine sulla morte di Lev Nikolaevič Tolstoj e nemmeno un attimo di noia.
Tolstoj è morto di Vladimir Pozner, pubblicato nel 1935 e ora riscoperto e tradotto da Adelphi, è un piacevolissimo romanzo-documentario.
Come un bravo storico, davvero in grado di “far parlare le carte”, Pozner si serve di eterogeneo materiale d’epoca (in buona parte ancora inedito negli anni ’30) per ricostruire gli ultimi giorni di vita del grande scrittore russo.

L’ossatura del libro è costituita da telegrammi e dispacci, documenti in genere privi di charme, che diventano testimonianze vivide di fatti e sentimenti del tempo grazie all’intelligente selezione che ne fa l’autore, che li completa con spiegazioni perspicaci ed essenziali e li integra con articoli di giornale e stralci di lettere e diari della famiglia Tolstoj.
Lo stile è cinematografico, con un montaggio che non perde mai il ritmo, e la mano sapiente di Pozner sa quando è il caso di attenersi alla semplice narrazione degli eventi e quando indugiare su un filo di fumo, un’espressione corrucciata o smarrita, un pensiero nascosto che qualche svogliata parola o un’azione meccanica riescono a rivelare.

Questi i fatti: il grande vecchio sempre più in rotta con la moglie Sof’ja Andreevna decide di scappare dalla tenuta avita di Jasnaja Poljana insieme alla figlia Aleksandra e al collaboratore Vladimir Chertkov, però si sente male durante un viaggio in treno ed è costretto a fermarsi nella stazione di Astapovo, un minuscolo puntolino sulla carta geografica di tutte le Russie.

Mentre Tolstoj giace nella casetta che il capostazione di Astapovo mette immediatamente a disposizione del Maestro, intorno al suo letto di morte si scatena una sarabanda famigliare, politica e mediatica di ingenti proporzioni.
Una sarabanda scandita dal ticchettio ininterrotto del telegrafo, il più veloce strumento di comunicazione disponibile nel 1910.
I giornalisti che affluiscono rapidamente dai giornali e dalle agenzia di Mosca e San Pietroburgo o dai giornali di ambiziose cittadine di provincia, gli ufficiali incaricati di mantenere l’ordine pubblico, i monaci inviati per strappare al malato un pentimento in articulo mortis, gli stessi famigliari e amici dello scrittore e non pochi sconosciuti accorsi per partecipare all’evento, congestionerenno le linee del telegrafo e spenderanno in pochi giorni una fortuna per raccontare cosa succede nella modesta casa del capostazione di Astapovo.

Con ironia Pozner descrive gli sforzi per garantire la copertura mediatica della morte di Tolstoj, come un vero preludio del moderno star system con tanto di cineoperatore inviato dalla Francia dalla ditta Pathé Frères.
Con sarcasmo mette in risalto l’ottusità delle autorità politiche e l’ipocrisia delle gerarchie ecclesiastiche.
Con affettuosa partecipazione narra il dolore e la commozione delle persone vicine a Tolstoj e della gente comune che, pur non avendo letto i suoi libri, sa che lo scrittore sta dalla parte del popolo e gli rende omaggio con grande amore.

In questo dramma a Sof’ja Andreevna Tolstaja, compagna dello scrittore per quasi cinquant’anni, spetta la parte della moglie bisbetica, causa della fuga di un marito anziano e stanco di liti e discussioni. Un marito che le sarà impedito di rivedere fino alle ultime ore di agonia.

Citando il celeberrimo incipit di Anna Karenina: «Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo» e senza aggiungere sue osservazioni  ai brani di lettere e diari che riporta, Pozner cerca di decifrare la vita matrimoniale dei coniugi Tolstoj. Operazione che ha solleticato molti scrittori.

Io, per solidarietà femminile, cito la lettura di Doris Lessing che ha messo sotto accusa il Maestro, tacciandolo di essere un marito insopportabile.
Senz’altro Pozner cerca di mantenersi imparziale nella guerra tra i due, suggerendo al lettore l’idea che le incomprensioni tra Levocka e Sonja (i diminutivi affettuosi della coppia) fossero inevitabili a causa delle aspettative reciproche, frustrate nel corso degli anni. L’educazione e la cultura di Sof’ja e le sue preoccupazioni per i figli e per le contingenze della vita quotidiana erano davvero inconciliabili con la filosofia di vita che Tolstoj aveva maturato e che cercava non senza fatica e sofferenze di applicare concretamente.

Tolstoj è morto, e dunque viva Tolstoj. E a me non resta che mettermi a cercare in una libreria troppo disordinata l’edizione di Anna Karenina comprata da mia madre quando era ragazza e che io ho letto in troppo giovane età.

V. Pozner, Tolstoj è morto, Adelphi, 274 p., 18 euro

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senza Saramago

José Saramago

Che dolore! Sapevo che il momento sarebbe arrivato prima o poi, e non pensavo che mi avrebbe toccato così tanto.

Agli occhi del mio collega che mi ha vista piangere per la morte di José Saramago  il mio dolore è parso incomprensibile, anche se rispettabile.

Difficile spiegare a un non lettore cosa si prova alla notizia della morte di uno scrittore che con le sue parole ha cambiato la tua vita.
Non solo per le emozioni, gli insegnamenti, le idee su cui riflettere e i mondi interi da abitare che ho trovato nei suoi romanzi. Ma perchè i libri di Saramago, come oggetti e come storie da raccontare hanno intrecciato e intessuto momenti belli e brutti della mia vita, sono stati pegni d’amore o d’amicizia, argomenti di infinite conversazioni, scoperte da condividere con persone vicine e meno vicine.

In una mattina assolata, ormai lontana, raccontare la storia dell’amore di Blimunda e Baltasar a una persona che mi stava per lasciare mi è servito a riconquistarla.
E mi ha commosso oggi scoprire, leggendo il necrologio del “Mundo”, che Memoriale del convento è stato anche l’inizio dell’amore tra Saramago e sua moglie Pilar, per lui indispensabile come l’acqua.

Il Vangelo secondo Gesù Cristo, che ho costretto mio padre a leggere, ha acceso in lui entusiasmo, curiosità e domande che l’hanno accompagnato fino alla fine della sua vita.

E mi piace ascoltare l’uomo che amo quando continua a interrogarsi sulle infinite possibilità inesplorate delle vicende di Cecità e di Saggio sulla lucidità.

Come hanno scritto Umberto Eco e Manuel Rivas, persino lo schizzinosissimo Harold Bloom ha detto di Saramago «il romanziere maggiormente dotato di talento ancora in vita… uno degli ultimi titani di un genere letterario in via di estinzione».
L’ho sempre pensata esattamente come Bloom.
Mi sembra che nel panorama letterario mondiale non ci sia davvero nessuno che affronta interrogativi così fondamentali e vitali per l’umanità usando lo strumento letterario del romanzo con la stessa forza espressiva e la stessa capacità di invenzione.

Forse Saramago è stato l’ultimo erede di Melville e Dostoevskij, di Tolstoj e Cervantes. Di tutti i grandi romanzieri che hanno davvero cambiato il loro tempo per come hanno saputo raccontarlo e definirlo.
Nonostante il riconoscimento del Nobel, spesso ho pensato che Saramago non sia stato ascoltato come avrebbe meritato.
Troppo poveri in spirito la nostra società e il nostro tempo per interrogarsi sul significato di Cecità o de La caverna e su quanto di rivoluzionario possa esserci in Saggio sulla lucidità.

Mi è capitato recentemente di vedere un’intervista di Serena Dandini a José Saramago, fatta in occasione dell’uscita in Italia del suo libro Il Quaderno, e un’affermazione dello scrittore mi ha colpito e rallegrato. “Più vecchio si diventa, più libero si diventa, più radicale si diventa”. Con buona pace di chi pensa che invecchiando si diventi saggi e si scenda a compromessi con la realtà che ci circonda. Saramago è stato un fulgido esempio di come il tempo non riesca a offuscare le idee per le quali si è vissuto e combattuto e di come sia possibile giorno dopo giorno riaffermare la propria libertà individuale.

Senza la sua coscienza critica, la sua voce ferma e la sua bella vecchiaia, più rivoluzionaria di tante giovinezze e così feconda per il lavoro letterario, mi sento oggi un po’ più sola e un po’ più smarrita nell’affrontare questo mondo e questo tempo.

Saramago era nato nel 1922, aveva l’età di mio nonno, ha vissuto praticamente tutto il “Secolo Breve” e ne è stato, sia dal punto di vista politico che da quello letterario, un figlio.
Con lui finisce una certa idea di romanzo che è stata sperimentata nel corso di tutto il Novecento con risultati spesso eccellenti. Spero davvero che la sua eredità venga raccolta nel secolo appena iniziato.

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su un frammento di Luzi

Rachel Weisz interpreta Ipazia

Su “La Repubblica” di venerdì scorso c’era un bell’articolo di Roberta De Monticelli su Ipazia, Mario Luzi e il film Agorà di Alejandro Amenabar che uscirà, finalmente, il prossimo 23 aprile. Anche altri quotidiani si occupano oggi della vicenda della matematica e filosofa neoplatonica Ipazia, fedele a se stessa e al suo pensiero razionale e scientifico fino alla morte, e delle difficoltà del film di Amenabar di trovare un distributore in Italia.

L’articolo di Roberta De Monticelli tuttavia parla di Ipazia con le parole di Mario Luzi, che nel 1978 aveva pubblicato Il libro di Ipazia.
I pochi frammenti dell’opera di Luzi citati nell’articolo mi hanno fatto l’effetto di una rivelazione. Probabilmente perchè le parole di Luzi sono un distillato perfetto di significato, nessuna si potrebbe cambiare o sostituire. Hanno davvero «la temperatura del fuoco».

Uno di questi frammenti mi ha toccato particolarmente. E’ un dialogo tra Ipazia e Dio, in cui si allude alla terribile morte della filosofa, ma è anche una perfetta rappresentazione del dissidio tra quello che abbiamo dentro e il mondo esterno. Tra l’ordine (o l’ordinato disordine) che stabiliamo nella nostra vita interiore e il caos che c’è fuori di noi e che difficilmente riusciamo a ordinare.

«Perchè ti manifesti ora? Sono stanca
e mi credevo compiuta»

«Non lo sei ancora. C’è tutta l’enorme distesa del diverso,
del brutale, del violento
contrario alla geometria del tuo pensiero
che devi veramente intendere»

Il libro di Ipazia di Mario Luzi sembra introvabile, e l’ultima edizione è stata stampata addirittura nel lontano 1980, spero che le polemiche intorno al film e l’attuale fiammata di interesse intorno alla figura di Ipazia convincano qualche editore a ristamparlo.

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ahi serva Italia

Umberto Saba

Ancora grazie Pagina 3!

Ascoltando spesso le rassegne stampa alla radio, e avendo provato io stessa a farne una a scuola, so che non è facile scegliere gli articoli da commentare e poi commentarli con intelligenza.

E poi grazie podcast della Rai, che mi ha permesso di riascoltare la puntata di ieri!

Tutti questi ringraziamenti per avermi fatto scoprire una bellissima poesia di Vittorio Sereni su Umberto Saba. Sono due poeti molto cari al mio cuore, e Saba lo è in modo speciale.

La poesia racconta della reazione di Saba ai risultati elettorali del 1948, e in tempi di elezioni è quanto mai adatta.

Saba

Berretto pipa bastone, gli spenti
oggetti di un ricordo.
Ma io li vidi animati indosso a uno
ramingo in un’Italia di macerie e di polvere.
Sempre di sé parlava ma come lui nessuno
ho conosciuto che di sé parlando
e ad altri vita chiedendo nel parlare
altrettanta e tanta più ne desse
a chi stava ad ascoltarlo.
E un giorno, un giorno o due dopo il 18 aprile,
lo vidi errare da una piazza all’altra
dall’uno all’altro caffè di Milano
inseguito dalla radio.
“Porca – vociferando – porca.” Lo guardava
stupefatta la gente.
Lo diceva all’Italia. Di schianto, come a una donna
che ignara o no a morte ci ha ferito.

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pasticciaccio sul Bosforo

Locale notturno di Istanbul

Cercavo un libro e ne ho trovato un altro. Dovevo lavorare e gli operai dell’Acea invece dovevano sostituire la centralina elettrica che alimenta anche l’ufficio.

Ho guadagnato tre ore di lettura a Villa Borghese in compagnia del mormorio di una fontana, delle cornacchie e di vecchie dame a spasso col cane.

Baciata dal sole e circondata da prati bianchi di pratoline, ho divorato un divertente romanzo giallo.

La trama è fin troppo attuale. In un’antica meravigliosa città ex capitale mondiale, una trans che ha avuto una relazione non occasionale con un uomo importante viene uccisa; come contorno dell’omicidio intricati ricatti, personaggi ambigui, politici perbenisti, la vita notturna delle trans e una periferia popolare.

Il libro è Scandaloso omicidio a Istanbul dello scrittore turco Mehmet Murat Somer ed è parte di una serie battezzata dallo stesso autore “Hop-Çiki-Yaya”: come lo slogan delle cheerleader dei college turchi nei primi anni ’60, divenuto poi un modo per dire gay.

L’io narrante e protagonista della storia è “una bella di notte e un uomo di giorno”, un consulente di sicurezza informatica che si trasforma ogni sera in una donna affascinante, e che dirige un locale gay a Beyoğlu dove lavorano come “intrattenitrici” travestiti e transessuali.

Obiettivi dichiarati di Mehmet Murat Somer sono coniugare il romanzo giallo con l’ironia e fornire una rappresentazione non denigratoria delle persone transgender, ispirandosi allo stile di Pedro Almodóvar e alla sua capacità di ribaltare in positivo stereotipi negativi.

L’effervescente protagonista travestito, detective per caso, cui Somer non dà un nome proprio, realizza pienamente le ambizioni del suo autore.
Seguendo il suo continuo divertente (e divertito) monologo, il lettore viene coinvolto sia nella classica trama mystery che nella vita notturna della comunità gay e transessuale di Istanbul.

Senza peli sulla lingua, ma con grande leggerezza, la protagonista narratrice racconta la difficoltà di essere trans o travestiti in Turchia (come d’altronde in molte altre parti del mondo): il rifiuto della famiglia e della società, la lotta contro un corpo che spesso non corrisponde alla propria immagine di sé, la fatica per imparare a diventare quello che si vorrebbe essere e poi le angherie da parte delle forze dell’ordine, la prostituzione e la cocaina, la fierezza di lottare per essere riconosciuti.

Sempre impegnata a emulare la leggiadria di Audrey Hepburn, anche nel modo di salire in macchina, e a non sbagliare l’abbigliamento e il trucco per ogni occasione, la protagonista non si fa intimidire da uomini grossi o malintenzionati grazie alla pratica delle arti marziali. E l’effetto è molto comico, perchè il lettore spesso dimentica che l’io narrante infondo è un uomo, almeno per forza fisica.

L’ambiguità della sua natura è accentuata dal mix di ragionamento netto e analitico tipico degli uomini e di ricorso all’intuizione e ad analogie con persone o situazioni conosciute che ricorda molto la miss Marple di Agatha Christie.

Di certo una miss Marple assai più smaliziata, che sogna che ad accoglierla in Paradiso ci sia una schiera di fotomodelli e che si preoccupa delle dimensioni virili dei propri amanti.

A tal proposito Mehmet Murat Somer riconosce il suo debito verso Dame Agatha, così come verso Il mio nome è Rosso di Orhan Pamuk, ma è innegabile che il suo detective sia un piacevole diversivo nel mondo degli affascinanti e complicati duri del noir e dei raffinati e cerebrali indagatori della natura umana.

I romanzi gialli o noir, si sa, sono spesso delle indagini sociali molto immediate e pregnanti, per gli argomenti che trattono e per la schiettezza con cui li affrontano. Così è anche Scandaloso omicidio a Istanbul, che oltre a rappresentare il vissuto della comunità gay e transessuale istanbuliota, racconta di giornalisti senza etica professionale e di una mafia dei ricatti che sa bene quanto vale il prezzo dell’apparenza nella nostra società.

Concludo con un’affettuosa tirata d’orecchie alla casa editrice Sellerio, molto meritevole e dalle elegantissime copertine blu, per i troppi refusi nel testo, e con un caldo invito a pubblicare gli altri romanzi della serie.

M.M. Somer, Scandaloso omicidio a Istanbul, Sellerio, 301 p., 13 euro

Qui si trova una simpatica intervista in inglese a Mehmet Murat Somer

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un libro per Copenaghen

Statua di Absalon

L’anno nuovo mi ha portato due belle scoperte: Copenaghen, dove sono andata a passare il Capodanno, e Sette storie gotiche, il libro di Karen Blixen che mi ha accompagnato durante il viaggio.

La capitale della Danimarca coperta di neve e scintillante nella luce algida di gennaio sembrava il regno delle fiabe, non c’è da meravigliarsi che abbia dato i natali ad Hans Christian Andersen.

Dalla torretta del palazzo della Borsa formata da code di draghi attorcigliati, ai tritoni che nuotano in un canale, alla storica fabbrica della  birra Carlsberg con la sua architettura fantastica fino al più recente Diamante Nero, la città è piena di dettagli fiabeschi.

E ho trovato una perfetta corrispondenza tra l’atmosfera cittadina e i racconti del libro di Karen Blixen, congegnati come delle raffinate scatole cinesi: storie che contengono altre storie, misteri, incanto e qualche delizioso brivido.

Come una Sherazade venuta dal nord che debba allietare notti lunghe e fredde, cui ben si addicono dei racconti un po’ tenebrosi, Karen Blixen si diverte ad avvolgere il lettore in trame e sottotrame che si dipanano grazie a personaggi affabulatori, e che riservano sempre più di un colpo di scena.

Ma oltre alla impeccabile struttura delle novelle e alla precisione degli impianti narrativi, ciò che mi ha davvero colpito nella scrittura di Blixen (splendidamente resa in italiano da Alessandra Scalero) è la felicità di linguaggio, che incide spesso dei brillanti aforismi, e l’invenzione di personaggi straordinari, che incarnano le contraddizioni e i sentimenti più veri e profondi dell’essere umano.

Lille Molle

C’è il giovane elegante, esasperato dall’essere preso a modello dai suoi concittadini, che decide di non buttarsi dal ponte di Langebro per non provocare un’ondata di suicidi tra la gioventù à la page di Copenaghen, e a cui il padre consiglia un rimedio sicuro contro l’infelicità, l’acqua salata: sudore, lacrime o acqua di mare.

Ci sono le due vecchie zitelle, che erano in gioventù le ragazze più desiderate di Elsinore e che hanno spezzato molti cuori, ma erano troppo intelligenti e sofisticate per sposarsi, e che forniscono a Karen Blixen il pretesto per una divertente digressione sulla scelta del matrimonio:

Le due zitelle, alle quali erano accadute così poche cose, parlavano delle loro amiche che avevano marito, figli e nipoti con compassione e con un lieve disprezzo, considerandole povere timide creature che avessero trascorso una vita grigia e priva di emozioni. Il fatto che esse stesse non avessero avuto né marito, né figli, né amanti, non impediva loro di essere convinte d’aver scelto la parte più romantica e avventurosa. Le possibilità, le avevano avute tutte lì, a portata di mano,  ma non le avevano mai sperperate, per non scendere, con quella tal scelta definitiva, a una realtà limitata.

C’è il nobile malinconico che controlla il suo volto in uno specchio per sapere chi è in quel preciso istante della sua vita, che è convinto che non si può essere completamente sinceri con se stessi e che per giungere alla verità abbiamo bisogno degli altri; anche se l’immagine di noi che gli altri ci rimandano non è che una delle infinite possibilità di essere.

E infine c’è l’enigmatica Pellegrina Leoni, una donna che si inventa mille vite, mille personaggi diversi, senza mai cedere alla tentazione di immedesimarsi del tutto con uno dei suoi travestimenti, per fuggire la perdita della perfezione della sua vita originaria, ovvero per l’impossibilità di aderire del tutto al suo ideale di se stessa.

La riflessione sull’identità è una costante dei racconti, com’è spesso una costante della nostra vita, che Karen Blixen affronta con la saggezza di chi ci ha riflettuto a lungo e con ironia. Ironia che tempera gli aspetti più grotteschi e magici delle sue sette storie e le rende ancora più gustose.

K.Blixen, Sette storie gotiche, Adelphi, 420 p., 11 euro

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i libri che spero di leggere

A un anno dalla conclusione di Piombo fuso, l’operazione militare israeliana a Gaza, “celebro” il mio doloroso anno di boicottaggio economico allo Stato di Israele.
L’unico modo possibile per esprimere il mio dissenso nei confronti del vergognoso attacco militare alla popolazione palestinese che ha causato circa 1400 morti, moltissimi dei quali bambini.
Un boicottaggio davvero molto doloroso, visto che l’unico bene di provenienza israeliana che ho sempre acquistato è la letteratura.

Penso che sia stupido non leggere uno scrittore per le sue posizioni politiche. Louis-Ferdinand Céline ha scritto degli esecrabili pamphlet filonazisti e antisemiti, ma Viaggio al termine della notte è indubbiamente un capolavoro, un’indagine appassionata e disperata sulla condizione umana, scritto in modo incisivo e spesso molto toccante.

Ma le orribili immagini di Piombo fuso e un articolo di Naomi Klein sul potere del boicottaggio per risolvere grandi questioni internazionali (ad esempio l’apartheid in Sudafrica), mi hanno convinto a fare questo passo assai difficile.

Tanto più difficile perchè uno dei miei scrittori preferiti in assoluto è israeliano: Amos Oz.
Mi sono quindi privata del suo ultimo libro uscito in Italia quest’anno, Una pace perfetta, come mi sono privata del libro di un altro grande scrittore israeliano che amo molto, A un cerbiatto somiglia il mio amore di David Grossman.
In quei giorni ero molto arrabbiata con Amos Oz, e ho pensato più volte di scrivergli una lettera perchè ero rimasta sconvolta dalle sue dichiarazioni.

Anche se si è sempre professato a favore della costituzione di due stati e si è sempre detto favorevole a una risoluzione politica del conflitto israelo-palestinese, Amos Oz aveva dichiarato di approvare la risposta militare al lancio di razzi qassam sulle città israeliane. Risposta quanto meno sproporzionata, per non dire politicamente inopportuna, a voler guardare le cose solo dal punto di vista israeliano.

Perchè l’odio è la conseguenza, e non l’origine, della violenza, come ha scritto qualche tempo fa la giornalista israeliana Amira Hass in un articolo su “Internazionale”.

E la scorsa settimana a proposito dell’anniversario di Piombo fuso Amira Hass ha commentato:

Le armi artigianali di Hamas e i suoi missili della seconda guerra mondiale hanno permesso a Israele di usare Gaza e la sua popolazione per una imponente esercitazione militare e per testare la sua tecnologia d’avanguardia. Gli hanno permesso di praticare la guerra del futuro: nel mondo di oggi le azioni sono giudicate in base ai risultati. I governi occidentali, ma anche Russia e Cina, non possono ignorare questi risultati, e probabilmente varie penne internazionali sono già pronte a firmare assegni per finanziare l’industria israeliana degli armamenti high-tech.

Mentre facevo e disfacevo la mia immaginaria lettera ad Amos Oz riflettevo sul rapporto che si crea tra uno scrittore e i suoi lettori.

Le sue dichiarazioni sull’attualità mi sembravano un tradimento al nostro patto muto. Una negazione di quanto le sue bellissime pagine sul fanatismo in La scatola nera o quelle sulla condizione amara di rifiutati dall’Europa dei suoi genitori in Storia di amore e di tenebra mi avevano insegnato.

Senza entrare nell’annosa e illusoria polemica dell’arte per l’arte o dell’impegno civile dell’artista, credo che uno scrittore abbia una forte responsabilità morale che gli deriva dalla sua autorevole immagine pubblica. E dovrebbe farne buon uso.

Gli scrittori sono importanti, spesso diventano bersagli politici, e i regimi in genere temono la loro voce, ma nessuno metterebbe in dubbio che sono una grande risorsa per il proprio paese.
Un grande poeta palestinese, Mahmud Darwish, purtroppo recentemente scomparso, ha scritto a proposito della perdita della possibilità di avere scrittori, o artisti, che subisce il suo popolo:

Le nostre perdite: da due a otto martiri, giorno dopo giorno.
E dieci feriti.
E venti case.
E cinquanta ulivi…
Aggiungeteci la perdita intrinseca
che sarà il poema, l’opera teatrale, la tela incompiuta.

Spero davvero che il mio boicottaggio possa finire presto. Perchè ho deciso di fare come le organizzazioni non governative quando promuovono una campagna di boicottaggio verso una grande azienda: lo interromperò non appena giungerà una buona notizia da parte israeliana, un vero passo avanti sul sentiero della pace.

p.s. (del 31 maggio 2010) mentre in Italia si discute sul boicottaggio vero o presunto di frutta proveniente dai Territori occupati, Gideon Levy, editorialista di “Haaretz”, ha scritto un articolo su questo argomento. Eccolo, in inglese.

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un mondo senza carcere

Angela Davis

Non avevo mai letto niente di Angela Davis fino a quando un amico mi ha regalato, per un caso fortuito, Aboliamo le prigioni? Contro il carcere, la discriminazione, la violenza del capitale, volume edito da Minimum fax che comprende Are prisons obsolete? un saggio di Angela Davis sul sistema carcerario e un’intervista a Davis di Eduardo Mendieta.

Il mio unico pregiudizio su Angela Davis era positivo, e suppongo sia stata questa la causa del regalo. E’ nota la mia ammirazione per le donne afroamericane, per la coraggiosa storia della loro emancipazione dalla schiavitù, per la loro lotta per l’uguaglianza e i diritti civili e per la cultura che i loro talenti hanno saputo produrre.

Potrei dire che Ms. Davis, per quello che incarna, mi era già cara. Cara come la più bella pagina di Toni Morrison, come la voce di Ella Fitzgerald e come il cappellino di Aretha Franklin al giuramento di Obama, anche se quest’ultimo paragone (che mi perdoni Angela!) è senz’altro troppo frivolo, ma assolutamento non irriverente.

Il titolo italiano scelto da Minimum fax forza un po’ il senso del titolo originale di Davis per accentuare la provocatorietà dell’opera e richiamare l’attenzione del lettore; trovo comunque molto utile la scelta di inserire nel volume anche l’intervista di Mendieta, che fornisce ulteriori spiegazioni e analisi alle riflessioni di Are prisons obsolete?

Il saggio di Angela Davis, dunque, affronta un argomento cui prestiamo in genere poca attenzione: l’uso del carcere nella nostra società e la possibilità di trovare misure alternative alla reclusione o di prevenirne l’esigenza.
La maggior parte di noi dà il carcere e la pena detentiva per chi commette un reato per scontati, eppure la nascita delle prigioni è legata a un preciso momento storico e agli ideali dell’Illuminismo.

Fino al XVIII secolo le punizioni erano corporali e la pena di morte era piuttosto frequente, la reclusione costituiva solo un preludio.
Nella seconda metà del Settecento iniziò a farsi strada l’idea del penitenziario come luogo in cui la persona che aveva commesso un reato poteva riflettere in solitudine, pentirsi ed espiare. Eppure le voci di dissenso e di critica su questa nuova pratica non mancarono fin dagli inizi. Tra queste, quella autorevole di Charles Dickens che riteneva che «coloro i quali siano stati sottoposti a questa punizione siano destinati a rientrare di nuovo nella società moralmente tarati e gravemente ammalati».

L’isolamento, o il sovraffollamento, la mancanza di stimoli vitali e intellettuali e le condizioni di deprivazione sensoriale sono sempre state presenti nella vita carceraria. Sono alla base di patologie fisiche e psichiche diffuse tra i carcerati, causa di suicidi, e al centro di lotte condotte dagli stessi detenuti e da quella parte della società civile che lavora per il miglioramento delle condizioni di vita nelle prigioni.

Basandosi sulla sua stessa esperienza di carcerata, sulle autobiografie di molti detenuti e sugli studi condotti da associazioni e università, Angela Davis stigmatizza l’uso della tortura e delle molestie sessuali come pratiche connaturate alla detenzione negli Stati Uniti. E nota come le violenze abituali perpetrate sulle detenute e sui detenuti siano rese psicologicamente ammissibili dal contesto in cui avvengono e dal fatto che coloro che le compiono indossino una divisa e siano quindi depositari di una certa autorità, rappresentanti dello Stato. Ad esempio le regolari ispezioni interne agli organi genitali femminili.

Queste pratiche comuni nelle carceri statunitensi non scandalizzano l’opinione pubblica,  spiega Davis in risposta a una domanda di Mendieta, come invece è accaduto per la scoperta delle torture e delle molestie sessuali sistematiche ad Abu Ghraib e Guantanamo, anche se i due fenomeni sono  evidentemente in rapporto diretto.

Angela Davis, così come molti studiosi, attivisti o semplici cittadini, contesta la necessità di aumentare il numero delle carceri o di aumentarne il livello di sicurezza perchè non crede ai presupposti di questa necessità, ovvero l’efficacia delle carceri e delle supercarceri per contrastare la criminalità o il terrorismo.
In accordo con la sua formazione neomarxista l’autrice individua nel carcere un’istituzione intrinsecamente razzista e sessista, fondata sulle diseguaglianze e con la funzione di “eliminare” la marginalità.

Nella società americana post-industriale, gravata dalla crisi economica e con un welfare state deficitario, chi resta indietro o chi è più debole si ritrova più facilmente nella condizione di finire in carcere. Non è un caso quindi che la percentuale di detenuti afroamericani, latini e amerindi sia nettamente più alta di quella degli americani bianchi.

Riprendendo poi una teoria di alcuni storici e sociologi americani, Davis parla di “complesso carcerario-industriale”, termine coniato a proposito dei rapporti tra carcere e grande industria.
Infatti fin dagli anni Novanta il carcere in America è entrato in competizione con agricoltura e industria per l’impiego di manodopera a basso costo. I carcerati che lavorano non hanno sindacati, non percepiscono né indennità né sussidi e spesso si ritrovano a essere anche consumatori dei beni che producono. Il carcere diventa quindi un business redditizio per Stato e industria, che sono interessati a mantenere elevato il numero delle prigioni e dei detenuti.

E’ facile per Angela Davis tracciare un parallelismo storico con i forzati incatenati dell’America post Guerra Civile, che avevano rimpiazzato gli schiavi neri affrancati, e che morivano di lavoro nell’indifferenza generale, dal momento che non erano considerati neppure un investimento da preservare.

La maggior parte delle riflessioni dell’autrice sulla possibilità di prevenire l’uso del carcere e di non considerarlo irrinunciabile mi hanno convinto e trovo che alcune delle sue analisi siano applicabili anche per le carceri italiane.

Ad esempio, il 25% dei 65.000 detenuti in Italia è tossicodipendente, ed è in carcere per piccoli reati legati alla droga. La reclusione non solo non risolve il problema della tossicodipendenza ma spesso peggiora  la situazione, visto che il 68% dei detenuti diventa recidivo. Le misure alternative al carcere per i tossicodipendenti scarseggiano per mancanza di fondi.  Secondo dati dell’Associazione Antigone, tre anni fa ne usufruivano più di 23.000 persone, oggi solo un terzo.

Il recente, terribile, caso di Stefano Cucchi è l’esempio di come entrare in carcere per un piccolo reato legato alla droga possa trasformarsi in un dramma.

Altro caso emblematico è quello di Angelica, la giovanissima rom di Napoli accusata di aver tentato di rapire una bimba, notizia che scatenò il vergognoso rogo del campo rom di Ponticelli. La sua richiesta di scarcerazione per potersi prendere cura della figlia è stata respinta dal Tribunale dei minori perchè l’appellante è pienamente integrata nello stile di vita rom e non mostra segni di ravvedimento.

Citando dalla sentenza: «Va inoltre sottolineato che allo stato unica misura adeguata alla tutela delle esigenze cautelari appare quella applicata della custodia in istituto. Sia il collocamento in comunità sia la permanenza in casa risultano infatti misure inadeguate anche in considerazione della citata adesione agli schemi di vita rom che per comune esperienza determinano nei loro aderenti il mancato rispetto delle regole».

Tuttavia il libro di Angela Davis, efficace dal punto di vista delle analisi non contiene, probabilmente per intenzione dell’autrice stessa, nessuna proposta pratica di  alternativa al carcere.

Senza alcun dubbio la redistribuzione delle ricchezze a livello locale e mondiale, il miglioramento del welfare state e l’innalzamento del livello culturale, la depenalizzazione di alcuni reati minori e una politica internazionale più equilibrata (tutti traguardi comunque non facili da raggiungere) potrebbero effettivamente eliminare l’esigenza di commettere reati comuni o addirittura atti terroristici.

Ma non è detto che potrebbero risolvere definitivamente altri problemi, come la grande criminalità organizzata e i traffici internazionali di armi, droga o esseri umani, questioni che hanno  sicuramente a che fare con povertà, ignoranza e sfruttamento, ma anche con il lato più oscuro dell’animo umano.

A. Davis, Aboliamo le prigioni? Contro il carcere, la discriminazione, la violenza del capitale, Minimum fax, 265 p., 14.50 euro

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